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La conta sale a dodici carcere

Dirìtti L'ultimo caso, ieri, al Rebibbia di Roma. Maurizio Gubbiotti, candidato dei Verdi alla Regione Lazio: «È una popolazione disperata e come tale si esprime. Con gesti estremi»

Pino  Di Maula
Dodicesimo suicidio in carcere dall'inizio dell'anno. Roberto Giuliani, ieri not¬te, si è tolto la vita al Rebibbia di Roma, mentre un altro detenu¬tola Siracusa, dopo essersi but¬tato dalla tromba delle scale del carcere dopo un colloquio, ora è in coma. E solo un take d'agen¬zia. Una "breve", anonima. Scrit¬ta quasi per dovere professionale, sapendo che comunque incontrerà  poco interesse nei politici, trop¬po presi dall'ansia per la campa¬gna elettorale. Con qualche ecce¬zione, però. Vediamo quali. «La si-tuazione delle carceri nel nostro Paese è intollerabile. C'è un forte tratto disumano in quei "non luo-ghi" che ci allontana dalla civiltà. Stiamo annullando tutti i princi¬pi fondamentali del diritto inter-nazionale. Senza contare che nei nostri istituti non c'è più traccia di una ricerca per il recupero del de-tenuto. C'è, invece, un sovraffollamento pazzesco. È una popola¬zione carceraria composta per lo più da stranieri (resicolpevoli di muoversi per sfuggire la guèrra e la fame o, più semplicemente, per cercare nuove opportunità di ri¬nascere) e da povere persone, ma povere davvero, nel senso che non hanno nulla. È una popolazione disperata e come tale si esprime. Con gesti quindi estremi. Doloro¬si». Si fa sempre più grave il tono della voce di Maurizio Gubbiotti mentre al telefono argomenta la sua preoccupazione per la sor¬te delle persone trasportate «co¬me cose fastidiose da allontana¬re dalla vista delle persone perbe¬ne» a Rebibbia e Regina Coeli. Su questi penitenziari, in queste ore il candidato Verde per Emma Bonino alla Regione Lazio concen¬tra l'attenzione; «I carceri roma¬ni purtroppo non si sottraggono ad alcuna di queste drammatiche storture e la drammatica" vicen¬da di Stefano Cucchi, se ce ne fòs¬se stato bisogno, lo dimostra sen¬za possibilità di scampo». Un'altra candidata che, da sempre, nutre le stesse preoccupazioni è Irene Te-sta. La segretaria dell'associazione 11 detenuto ignoto è in corsa con lista Bonino-Pannella Quando là raggiungiamo per una dichiara-zione si scusa ma sta consegnan¬do libri ai detenuti e non può per¬dere tempo. Più tardi dà solo nu¬meri: «65.774 detenuti ammas¬sati in celle che possono conte¬nerne 43.220 di cui: 40.915 Italia-

ni e 24.152 stranieri (8.441 euro-pei, 11.986 africani, 1.109 asiati¬ci e 1.301 americani), 6.261 agenti in meno dLquelli previsti in pianta organica; 402 educatori in meno rispetto alla pianta organica, un solopsicologo, per poche ore lavo-rative a settimana, ogni 187 dete-nuti, il 50% dei detenuti è in attesa di giudizio; il 30% di loro sarà rico¬nosciuto "innocente". Ma cosa ac¬cade negli altri Paesi? «Faccio so¬lo due esempi», spiega l'esponen¬te radicale: in Polonia ci sono ol¬tre SOmila detenuti e si registra un numero di suicidi che è la metà rispettò a quello dell'Italia. E ne¬gli Stati Uniti, in 25 anni, il nume¬ro dei detenuti suicidi si è ridotto del 70%,, anche grazie al lavoro di una sezióne "ad hoc" per le carceri all'interno del Dipartimento fede¬rale per la prevenzione del suici¬dio». Ma torniamo in Italia per sa¬pere dall'Osservatorio permanen¬te sulle morti inrsnggìrca cosa acca-

de, tenendo conto che, sottolinea-no gli operatori che raccolgono i dati, ogni caso di suicido deriva da situazioni e scelte personalissime. Pur tuttavia si tratta di morti an-nunciate. Come nel caso di Walid Aloui. Si è impiccato nella Sezione "Protetti" della Casa di Reclusio¬ne di Padova. Era lì in quanto con¬dannato per un reato a sfondo ses¬suale (che non è tollerato dai dete¬nuti "comuni"). Probabilmente la sua "gestione" rappresentava un problema, quindi la soluzione è stata di "scaricarlo". Morte annun¬ciata anche per Giacomo Attolini. «Lui si è ucciso nella Sezione In¬fermeria della Casa Circondariale di Verona. Era in MM«Mfel da poche settimane, accusato di omicidio. Fin da subito aveva manifestato un forte disagio psichico e più vol¬te si era ferito, dichiarando di vo¬lersi uccidere. Per questo era stato rinchiuso in una cella priva di mo: bili e suppellettili, privato anche di

lenzuola, coperte e vestiti, per il ti-more che si impiccasse. Aveva sol¬tanto un materassino di gomma¬piuma su cui stendersi e indossa¬va solo le mutande e una magliet¬ta. E proprio con la maglietta si è ucciso: se l'è attorcigliata al collo fino a strozzarsi». Sono soltanto due esempi, ma servono «a capi¬re - spiegano dall'Osservatorio per bocca dell'avvocato Ernesto Ruf-flni che opera con l'associazione "A Buon diritto' di Luigi Manconi - che è inutile punire una persona perché manifesta intenzioni sui¬cide, inutile metterlo in una cel¬la priva di tutto, inutile minaccia¬re di trasferirlo lontano dalla fami¬glia o peggio all'Ospedale psichia¬trico giudiziario». Così è, conside¬rando che il concetto di cura viene tenuto, quando lo si prende dav-vero in considerazione, rigorosa-mente lontano da quei "non luò-ghi" dove l'umano non ha più di-ritto di cittadinanza.
Terra 27 febbraio 2010

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