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Per carceri costituzionali, riformare il sistema penale

Susanna Marietti
(Associazione Antigone)

Continua la desolante situazione di sovraffollamento carcerario. Siamo sempre più lontani dai valori espressi nella nostra Carta costituzionale che all’art. 27 precisa che "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".

L’analisi complessiva del "pianeta carcere" è fortemente desolante: il sovraffollamento è tale da determinare condizioni di vita intollerabili per la riduzione degli spazi vitali, in un contesto già compromesso quanto a rispetto e tutela dell’integrità psico-fisica della persona detenuta. Un monito forte in questo senso è arrivato anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo che nell’agosto dell’anno scorso ha condannato l’Italia a risarcire un detenuto bosniaco per i danni morali subiti a causa del sovraffollamento della cella in cui è stato recluso per alcuni mesi nel carcere di Rebibbia tra il novembre del 2002 e l’aprile del 2003. Del resto, l’incidenza del numero dei suicidi sulla popolazione detenuta continua a mantenersi su livelli elevatissimi: muore un detenuto ogni 2 giorni e nel 2009 il numero dei sucidi in carcere è raddoppiato rispetto all’anno precedente.

Un’emergenza continua che ci allontana sempre di più dai valori espressi nella nostra Carta costituzionale che all’art. 27 precisa che "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato"; in sostanza, il carcere dovrebbe essere un luogo che produce sicurezza collettiva nel rispetto della dignità dei detenuti: quanto di più lontano dalla nostra attuale realtà!

Un dato che deve spingere a riflettere, e che impone di individuare con rapidità le modalità esecutive più idonee per far sì che il numero dei suicidi, ma anche degli episodi di autolesionismo decresca significativamente. Non credo che la vera soluzione del problema sia nella costruzione di nuove carceri, come prospettato dal ministro Alfano, all’indomani del via libera del Consiglio dei ministri al c.d. piano carceri.

Certo, il quadro degli interventi da realizzare si presenta decisamente problematico, anche in considerazione del fatto che non si è ancora provveduto ad una riforma organica del sistema penale nel suo complesso, sistema che in alcuni casi si presenta come inutilmente vessatorio e che contribuisce ad incrementare la popolazione carceraria tra le 500 e le 1.000 unità al mese. Ed è soprattutto in questa direzione che va ricercata la causa dell’aumento dei suicidi all’interno del sistema penitenziario.

Quali le possibili soluzioni? Bisognerebbe innanzitutto riflettere seriamente sull’impiego della custodia cautelare, considerando la detenzione in carcere solo come extrema ratio, da applicarsi esclusivamente nei casi in cui effettivamente ne ricorrano i presupposti. Basti riflettere sul dato che quasi la metà dei detenuti è infatti in attesa di giudizio.

Accanto a questo, potenziare il ricorso alle misure alternative alla detenzione - come stanno facendo anche gli Stati Uniti - sia nella fase terminale del trattamento, al fine di favorire il reinserimento del reo nella società, sia ab origine per i reati meno gravi, per evitare l’effetto desocializzante del carcere. Una adeguata valorizzazione della "politica del non ingresso" - già presente nella ratio della legge Gozzini prima e della Simeone-Saraceni dopo - consentirebbe infatti di evitare il carcere per quei soggetti per i quali l’esperienza carceraria sarebbe più criminogena che rieducativa. Su questa linea mi sembra quindi decisamente da apprezzare la scelta del governo di estendere l’istituto della "messa in prova" - già sperimentato nel processo minorile a tutti i reati con pena inferiore ai 3 anni, in modo da consentire la sospensione del processo se il condannato deciderà di svolgere lavori di pubblica utilità.

Questo innegabile indirizzo di favore per la "decarcerizzazione", che mi vede decisamente d’accordo, riflette infatti l’esigenza di massimo contenimento nell’uso della pena detentiva, anche e soprattutto in considerazione dell’attuale "paralisi" del sistema processuale e carcerario nel suo complesso. Vero e che una riforma seria dovrebbe intervenire anche a monte sulla selezione dei reati, riservando la sanzione penale ai soli comportamenti davvero meritevoli di tutela e selezionando con maggiore razionalità ciò che deve costituire illecito penale e ciò che invece può essere meglio perseguito attraverso sanzioni amministrative.
Terra, 18 gennaio 2010
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