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Gaza: Hamas giustizia tre palestinesi accusati di omicidio
18 maggio 2010: il movimento radicale islamico di Hamas, al potere a Gaza, ha eseguito la condanna a morte di tre palestinesi accusati di omicidio. Lo ha reso noto il ministero dell'Interno tramite un comunicato. 'Questa mattina il ministero dell'Interno dopo aver completato tutte le procedure legali ha eseguito la pena di morte su tre uomini che hanno commesso omicidi', si legge sulla nota. Hamdi Shaqura, del Centro Palestinese per i Diritti Umani, ha identificato i tre giustiziati come Rami Joha, 25 anni, Mattar al-Shobaki, 35, e Amer Jandiya, 33. Joha era stato condannato a morte da un tribunale civile nell’aprile 2004 per lo stupro e omicidio di una ragazza di 14 anni. Shobaki era stato condannato a morte da un tribunale civile nel 1996 per l’omicidio di un uomo. Jandiya, infine, era stato condannato a morte da un tribunale militare di Hamas nel marzo 2009 per l’omicidio di un cambiavalute. Nei processi i tre 'hanno pienamente goduto del diritto di difendersi con l'aiuto dei loro avvocati e dei membri delle loro famiglie', scrive il ministero sul comunicato. 'Fino a pochi istanti prima dell'esecuzione della condanna', si legge nel testo, le famiglie delle vittime hanno avuto la possibilita' di perdonarli, accettando il prezzo del sangue, ovvero un risarcimento in denaro, cosi' come prevede la legge islamica. Le esecuzioni dei tre palestinesi ignorano i ripetuti appelli delle organizzazioni che si battono per i diritti umani.
Iran: 11 impiccati per terrorismo e droga
9 maggio 2010: cinque attivisti curdi, tra i quali una donna, accusati di aver commesso attentati e atti di terrorismo, sono stati impiccati all’alba nella prigione Evin di Teheran. Lo ha annunciato l'agenzia Irna secondo la quale i cinque erano accusati di 'legami con gruppi antirivoluzionari e atti terroristici compresi attentati contro edifici governativi e pubblici in citta' iraniane'. L'agenzia non precisa a quali date e citta' si faccia riferimento nel comunicato dell'ufficio del procuratore di Teheran, secondo cui i cinque sarebbero affiliati a diversi gruppi di opposizione curdi, incluso il PJAK. I giustiziati sono indicati con i nomi di: Shirin Alam-Houli, Ali Heydarian, Mahdi Islamian, Farzad Kamangar, and Farhad Vakili. L’8 maggio sei persone sono state impiccate a Karaj dopo essere state condannate a morte per traffico di droga. Lo riferisce l'agenzia ufficiale Irna, precisando che le esecuzioni hanno avuto luogo di mattina nel carcere della città, situata a ovest di Teheran. La stessa fonte identifica i giustiziati come Arsalan Asadi, Mohammad Ali Fakhri, Abbas Geravand, Rahman Biabani, Saeed Mikaili e Parviz Taghizadeh.
Amnesty: nel 2009 714 esecuzioni, Cina esclusa 29 marzo 2010: sono almeno 714 le persone messe a morte nel 2009 in 18 Paesi e 2001 quelle condannate alla pena capitale in 56 Paesi. Lo rende noto l'ultimo rapporto di Amnesty International sulla pena di morte. Ma dal totale mancano i dati relativi alla Cina: per la prima volta l'organizzazione ha infatti voluto sfidare la mancanza di trasparenza di Pechino, decidendo di non pubblicare le stime in suo possesso e lanciando un appello alle autorita' cinesi a rendere pubblici i dati sulle migliaia di condanne ed esecuzioni probabilmente avvenute l'anno scorso ma coperte da segreto di Stato. 'Le autorita' cinesi affermano che le esecuzioni sono in diminuzione. Se questo e' vero, perche' non dichiarano al mondo quante persone hanno messo a morte?', ha chiesto in una nota Claudio Cordone, Segretario generale ad interim di Amnesty International. Oltre alla Cina, i Paesi con il piu' alto numero di esecuzioni sono ancora l'Iran (almeno 338), l'Iraq (almeno 120), l'Arabia Saudita (almeno 69) e gli Stati Uniti (52, in aumento rispetto al 2008 quando erano state 37). Eppure, il cammino del mondo verso l'abolizione prosegue: il numero dei paesi che hanno completamente abolito la pena capitale e' infatti salito a 95, grazie al Burundi e al Togo. E per la prima volta nel 2009 in Europa, dove l'unico Paese in cui ancora vige la pena capitale e' la Bielorussa, non c'e' stata alcuna esecuzione.
TAIWAN: NUOVO MINISTRO GIUSTIZIA PRONTO PER ESECUZIONI
22 marzo 2010: il nuovo ministro della giustizia di Taiwan, Tseng Yung-fu, si è detto pronto ad autorizzare esecuzioni nei casi in cui la colpevolezza del condannato sia stata confermata, aggiungendo di aver ordinato la revisione dei casi dei 44 prigionieri del braccio della morte.
“Il Ministro della giustizia deciderà se giustiziare i prigionieri del braccio della morte e non si sottrarrà alle proprie responsabilità se la revisione confermerà la colpevolezza”, ha detto Tseng all’agenzia ufficiale Central News Agency.
L’esecuzione di condanne a morte non costituirebbe una violazione delle due convenzioni Onu firmate da Taiwan, che impongono una riduzione del numero di esecuzioni.
L’opzione di abolire la pena di morte resta comunque aperta, ha precisato Tseng, che ha sostituito al Ministero della Giustizia Wang Ching-feng, dimessasi questo mese a seguito delle proteste provocate nel Paese dal suo rifiuto di autorizzare esecuzioni.
IRAN: MINORENNE AFGHANO NEL BRACCIO DELLA MORTE
22 marzo 2010: un ragazzo afghano di 16 anni si trova nel braccio della morte in Iran dopo essere stato riconosciuto colpevole di traffico di droga.
Il ragazzo, Jandarshah Nabizada, è detenuto nel carcere di Yazd, nell’Iran centrale, ed è stato raggiunto telefonicamente da Radio Free Afghanistan, legata a Radio Free Europe/Radio Liberty, cui ha raccontato la sua vicenda.
Originario della provincia settentrionale afghana di Takhar, Jandarshah ha detto di essere stato “arrestato con 200 o 300 grammi (di droga)” lungo il confine tra Iran ed Afghanistan e rapidamente condannato a morte. “Non ci resta che attendere. La vita per i prigionieri afghani è molto dura qui”.
Iran: otto esecuzioni per omicidi e droga 1 marzo 2010: otto uomini sono stati impiccati recentemente in Iran dopo essere stati condannati a morte per omicidi e traffico di droga.
I primi tre sono stati giustiziati il 27 febbraio nella città di Birjand, nell’est del Paese.
La notizia è stata riportata dal giornale Khorasan secondo cui le esecuzioni sono avvenute all’interno di un carcere.
I tre – che non sono stati identificati – erano stati condannati a morte per gli omicidi di diversi agenti di polizia, avvenuti nel corso di scontri armati lungo il confine orientale iraniano.
Le impiccagioni sono state effettuate alla presenza dei familiari delle vittime.
Altri cinque uomini sono stati impiccati il 25 febbraio dopo essere stati riconosciuti colpevoli di traffico di droga e detenzione di armi. Lo riferisce l’agenzia di stampa ufficiale ISNA, precisando che le impiccagioni sono state effettuate in un carcere di Kerman, nel sud-est del Paese.
Quattro dei cinque giustiziati sono stati identificati come "Rouhollah Kh.", "Saeed M.", "Shokrollah N." e "Zabihollah Kh".
(Fonti: Iran Human Rights, 27/02/2010)
ONU: SCOTTI, IN AUTUNNO NUOVA RISOLUZIONE ITALIA 24 febbraio 2010: E' giunto il momento di abolire la pena di morte in tutto il mondo e l'Italia presenterà nel prossimo autunno all'Assemblea Generale dell'Onu una nuova risoluzione contro le esecuzioni capitali, ha dichiarato a Ginevra il sottosegretario agli Esteri, Vincenzo Scotti, intervenendo al IV Congresso mondiale contro la pena di morte. "Abbiamo deciso di fare una pausa di due anni dopo l'approvazione della risoluzione del 2008, per dare tempo agli Stati di adottare i cambiamenti necessari nelle proprie legislazioni ed ai promotori per implementare la risoluzione e valutare gli effetti di quanto fatto sinora", ha detto Scotti. "L'Italia e' pronta a continuare il lavoro in stretta collaborazione con tutti gli Stati che hanno supportato la campagna per la moratoria, ma anche con quelli che non la condividono e sono pronti a discutere", ha aggiunto. L'Italia non si rivolge solo ai governi: "L'abolizione della pena di morte, per diventare definitiva, deve essere inscritta nei cuori e nella mente della gente", ha concluso il sottosegretario.
Cina: Corte Suprema, pena di morte solo per crimini gravi 9 febbraio 2010: La Corte Suprema del Popolo cinese ha diramato le linee guida sull'utilizzo della pena di morte nel paese, chiedendo ai tribunali che la sua applicazione venga limitata in accordo con una politica di 'giustizia temperata con la misericordia'. Lo scrive l'agenzia Nuova Cina. Le linee guida sottolineano come la pena di morte dovrebbe essere data solo a coloro che hanno commesso crimini 'estremamente gravi' e contro i quali ci siano ampie e valide prove. Queste nuove linee guida rispecchiano il principio della "giustizia con misericordia" gia' presente in un documento approvato nel 2006 dal 16/o Comitato Centrale del Partito Comunista cinese. In base a questo principio i tribunali devono comminare sia pene dure che lievi, sulla base della gravità del crimine considerato. Secondo le linee guida, i crimini che riguardano funzionari che sfruttano le proprie posizioni per trarne vantaggio o relativi ad organizzazioni mafiose dovrebbero essere puniti 'con severita'', trattamento da riservare anche ai recidivi. Minori e anziani che commettono reati devono invece essere puniti con clemenza. Severita' e' richiesta anche contro omicidi e rapine, per i quali la commutazione della pena capitale in pene minori deve essere limitata fortemente. (Fonti: ANSA, Xinhuanet.com, 09/02/2010)
Iran: consiglio dei guardiani esige più esecuzioni
29 gennaio 2010: Ahmad Jannati, Segretario del Consiglio dei Guardiani iraniano e figura di spicco della fazione legata alla guida suprema Khamenei, ha ribadito nel suo sermone del venerdì il bisogno di difendere il “velayat e-faqih” (assoluto ruolo del clero). Le agenzie di stampa ufficiali riportano che Jannati, riferendosi alla rivolta nel Paese, ha detto: “I rivoltosi … propugnatori di corruzione sulla terra … quelli che cercano di distruggere la struttura (del regime) … i nemici della rivoluzione che intendono far crollare (il regime) … non devono essere trattati con compassione. La tolleranza ha un limite, è tempo di durezza”. Temendo la sollevazione in occasione dell’anniversario della rivoluzione del 1979 in febbraio, Jannati si è rivolto al capo della magistratura dicendo: “Come lei ha velocemente giustiziato due mohareb (nemici di Dio), deve agire fermamente con il resto di loro … se i rivoltosi non vengono trattati con la massima fermezza, un più nero futuro ci aspetta”. Nel tentativo di giustificare i crimini del regime ha dichiarato: “Dio dice che dovete duramente attaccare e uccidere tre gruppi di persone, se non smettono di comportarsi in questo modo: i monafeqin (letteralmente significa ipocriti, un termine dispregiativo usato dal regime in riferimento ai Mojahedin del Popolo Iraniano), gente con cattive intenzioni, e quelli che seminano scandalo. Usando termini duri e fermi, Dio dice che questi tre gruppi devono essere uccisi senza pietà”. E poi ha aggiunto, “Le ragioni di quello che è successo (nel giorno dell’Ashura) è dovuto al fatto che noi abbiamo agito fino a questo momento con debolezza. Se noi continuiamo a dimostrare debolezza, andiamo incontro a problemi, quindi dobbiamo essere fermi”. Nel frattempo, il mullah Hassani, rappresentante di Khamenei nella città occidentale di Orumieh, ha espresso la propria soddisfazione per l’esecuzione di prigionieri politici e ha detto “Per prevenire ulteriori ribellioni, i corpi dei giustiziati devono essere esibiti davanti agli occhi della gente nelle vie di Teheran”. Ha aggiunto: “Le lingue di quelli che dicono Repubblica Iraniana anziché Repubblica Islamica devono essere tagliate”.
Mongolia: presidente introduce moratoria su esecuzioni
14 gennaio 2010: il presidente mongolo Elbegdorj Tsakhia ha introdotto una moratoria sulle esecuzioni capitali, un gesto che le organizzazioni in difesa dei diritti umani hanno accolto come passo verso una legge che abolisca nel Paese la pena di morte. "La maggioranza dei Paesi del mondo ha scelto di abolire la pena di morte. Noi dovremmo andare nella stessa direzione", ha spiegato il Presidente mongolo davanti al Parlamento. "A partire da domani grazierò i prigionieri del braccio della morte". Il presidente Elbegdorj propone di sostituire la pena di morte con 30 anni di prigione, tuttavia la decisione di abolire la pena di morte spetta al Parlamento, controllato dall’opposizione, nelle cui fila sono molti i favorevoli al mantenimento della pena capitale. Secondo Amnesty International, sono almeno tre le condanne a morte commutate dal Presidente da quando lo scorso maggio è entrato in carica, ed almeno cinque le persone messe a morte in Mongolia nel 2008. Dopo una modifica apportata nel 1994 al Codice Penale, i reati capitali sono stati ridotti nel Paese a omicidio premeditato, stupro aggravato o su minore e reati contro lo stato se commessi con l’uso di violenza. Le donne di oltre 60 anni e gli uomini minori di 18 anni non sono passibili di pena capitale. Dopo essere stata per 65 anni uno stato satellite dell’Unione Sovietica, nel 1990 la Mongolia ha iniziato la transizione verso la democrazia legalizzando i partiti di opposizione e tenendo le prime elezioni multipartitiche. Il numero esatto delle condanne a morte, delle esecuzioni e dei prigionieri nel braccio della morte in Mongolia è coperto dal segreto di Stato. Né i familiari né gli avvocati dei condannati sono informati in anticipo della data della loro esecuzione e il corpo del giustiziato non viene consegnato ai parenti dopo l’esecuzione. Secondo Amnesty International, nel 2005 si sono verificate in Mongolia almeno 8 esecuzioni e 27 condanne a morte. La pena di morte era stata eseguita anche nel 2003. Al 30 luglio 2009, erano almeno 9 le persone detenute nel braccio della morte. Il 18 dicembre 2008 la Mongolia ha votato contro la risoluzione per una moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
ARABIA SAUDITA: PRIMA ESECUZIONE DEL 2010 11 gennaio 2010: un uomo è stato decapitato nella città di Medina, in Arabia Saudita, per aver violentato e derubato quattro donne. Si tratta del cittadino saudita Salah ibn Rihaidan ibn Hailan Al-Johani, che fingendosi tassista avrebbe attirato le vittime nel proprio furgone, in quattro casi distinti, conducendole poi in aree remote dove sarebbero avvenuti gli stupri, rende noto il Ministero degli Interni saudita. Al-Johani usava il proprio furgone come taxi, una pratica piuttosto comune nella città in special modo durante la stagione dei pellegrinaggi. Secondo le autorità saudite, l’uomo avrebbe rimosso la targa del veicolo per renderne più difficile l’identificazione da parte della polizia. L’Arabia Saudita segue un’interpretazione rigida della legge islamica, e prescrive la pena di morte per omicidio, stupro, rapina armata, traffico di droga, stregoneria, adulterio, sodomia, omosessualità, rapina su autostrada, sabotaggio, apostasia (rinuncia all’Islam).
CINA: ALTRE CONDANNE A MORTE PER VIOLENZE XINJIANG
23 dicembre 2009: cinque persone sono state condannate a morte in Cina in relazione agli scontri etnici dello scorso luglio nella regione dello Xinjiang. Diversi resoconti indicano trattarsi di cinque uomini di etnia uigura.
Ancora altre cinque persone sono state condannate a morte con due anni di sospensione, pena che in genere viene poi trasformata in ergastolo.
Salgono così a 22 le condanne capitali emesse finora in Cina per gli omicidi e le violenze che il 5 luglio videro contrapporsi gruppi dell’etnia maggioritaria Han e di quella uigura. Furono circa 200 le persone che restarono uccise.
(Fonti: BBC, 24/12/2009)
Abele difende Caino Valentina Brinis Valentina Calderone Padova, carcere Due Palazzi, seconda giornata del IV Congresso di Nessuno tocchi Caino. Da tempo, in questo carcere, Ristretti Orizzonti (essenziale strumento di informazione sul sistema penitenziario) promuove incontri tra “vittime e carnefici”. Ovvero incentiva la comunicazione tra autori di reati e persone che ne hanno subito le conseguenze sul proprio corpo o negli affetti. Incontri che alludono a quello che è il più alto esercizio di amministrazione della giustizia: ricomporre la lacerazione che il delitto ha prodotto nel corpo sociale, consentendo al reo di misurare la propria colpa considerando in profondità il danno inflitto; e consentendo alla vittima di elaborare la propria sofferenza, al di là del “risarcimento” costituito dalla pena inflitta al colpevole, facendosi una ragione della ragione (per quanto folle essa sia) di chi l'ha danneggiata. Si tratta di un esercizio delicatissimo e pieno di insidie, che va attuato con saggezza. Ai detenuti di quel carcere è capitato di parlare del proprio passato criminale davanti a una studentessa che raccontava il proprio terrore a causa di un furto subito e davanti a un'insegnante cui era accaduto di trovarsi sequestrata durante una rapina. E hanno descritto la sofferenza che quegli incontri hanno comportato, ma anche il ruolo “curativo” che hanno svolto. Sono state proprio quelle testimonianze il momento più intenso del congresso: anche perché, a rinnovare la forza di quello scambio, c'erano Sabina Rossa e Olga D'Antona. Con ciò è come se Nessuno tocchi Caino abbia non solo riaffermato la propria tradizionale missione, ma anche indicato il suo possibile sviluppo: come ha detto Don Sandro Spriano contribuire a che lo stesso “Abele”, quando e come lo vorrà, tuteli “Caino”. Non c'è nulla di retorico in questo: la ricomposizione della lacerazione prodotta dal reato e la capacità di disinnescare la spirale della vendetta è una esigenza primaria dei sistemi democratici. In assenza di questo prevale fatalmente un'idea esclusivamente punitiva della pena che agirà, è inevitabile, contro l'intero sistema delle relazioni sociali, lasciando sanguinanti le ferite e rendendo più fragile il legame di cittadinanza. Come si vede è una sfida enorme quella che attende Nessuno tocchi Caino, ma questo congresso ha dimostrato che è in grado di affrontarla. Infine. Un congresso tenuto all'interno di un carcere a cui partecipano liberi e reclusi consente ai primi un'esperienza assai rara, di forte impatto emotivo, che certamente determinerà nuova attenzione verso quella istituzione: e la consapevolezza che anche loro, come noi, appartengo alla medesima società.
l'Unità 19 dicembre 2009
Basta omicidi, suicidi e segreti di Stato. Questa la parola d’ordine del quarto congresso di Nessuno tocchi Caino, iniziato ieri, all’interno della casa di reclusione di Padova (“il primo congresso in assoluto mai svoltosi in un carcere” ha detto il segretario Sergio D’Elia). Come è noto, il nome dell’associazione deriva dal brano della Genesi in cui Dio pone su Caino un segno, affinché nessuno, nonostante il suo delitto, lo possa colpire. Da qui: nessuno tocchi e non solo nessuno uccida il Caino. Proprio per questo la battaglia contro la pena di morte, si proietta, come naturalmente, sul tema generale della concezione della pena e della critica di ogni trattamento inumano. Ed è importante che ciò accada proprio oggi, due anni dopo l’approvazione, da parte dell’assemblea generale dell’Onu della moratoria sulla pena di morte, risultato attribuibile innanzitutto alla tenacia e alla “lucida follia” di Nessuno tocchi Caino. L’intervento al congresso di un detenuto, Elton Kalica, redattore di Ristretti Orizzonti (il principale mezzo di informazione sul sistema penitenziario), ha evidenziato tutto ciò affermando che la sola possibilità di “umanizzare” il carcere sia l’uscire dal carcere: ovvero l’opportunità di venirne fuori, e non solo fisicamente. D’Elia, nella sua relazione ha denunciato come le morti in cella, ricondotte a cause naturali, siano in gran parte attribuibili alla malagiustizia. Marco Pannella ha poi collocato le tematiche di Nessuno tocchi Caino all’interno di un discorso sulla “non democrazia” in Italia e sulla nonviolenza come strumento di emancipazione umana. Significativi gli interventi del segretario della Uil penitenziaria, Sarno, e del magistrato di sorveglianza Bortolato (il Veneto è una delle poche regioni d’Italia dove la legge Gozzini viene ancora applicata). l'Unità 18 dicembre 2009
OHIO (USA): PRIMO GIUSTIZIATO CON VELENO PER ANIMALI
8 dicembre 2009: Kenneth Biros, un bianco di 51 anni, è stato giustiziato nella prigione di Lucasville, in Ohio, mediante un'iniezione endovenosa di Thiopental sodium, un potente anestetico. Si tratta della prima persona della storia americana ad essere giustiziata con questo metodo, usato sinora dai veterinari per sopprimere gli animali. La notizia compare nei siti web dei piu' importanti giornali americani, dal New York Times al Washington Post. E c'e' chi, come l'Abc News, paragona la fine del condannato a quella di un porcellino d'India, l'animale usato come cavia nelle ricerche scientifiche. Il metodo usato per giustiziare Biros, che nel '91 violento' e fece a pezzi una ragazza di 22 anni, è assolutamente nuovo ed è stato adottato dall'Ohio alcune settimane fa, dopo aver accantonato l'iniezione letale con il cocktail di tre sostanze, in uso in 36 stati, dalle forze armate americane e dallo stesso governo degli Stati Uniti. Lo stato del Midwest ha scelto di cambiare in seguito alla drammatica vicenda di Rommell Brown, un altro condannato a morte dell'Ohio a cui, qualche mese fa, il boia non riusci' a trovare le vene, dopo diciotto tentativi in piu' di due ore e mezza. Quell'esecuzione fu sospesa e in tutto il Paese si scateno' la protesta contro un sistema che, secondo gli abolizionisti, e' incostituzionale per la sua 'crudelta''. La Corte dell'Ohio ha quindi optato per una sorta di overdose di anestetico, in grado di addormentare il condannato e quindi provocarne la morte in uno stato di incoscienza. Tuttavia, sino alla fine i legali di Biros hanno cercato di rinviare l'esecuzione sostenendo, in un ricorso alla Corte, che il nuovo metodo non era stato ancora sperimentato sul corpo umano. Nonostante la novita' dell'iniezione a base di un solo farmaco, anche stavolta non sono mancati i contrattempi: l'avvocato di Biros ha riferito che il boia ha dovuto fare ben nove tentativi prima di trovare la vena di Biros. Un particolare che alimentera' nuove polemiche. Con la morte di Biros, informa il sito del Death Penalty Information Center, le persone messe a morte negli Stati Uniti, dal 1976 a oggi, salgono a 1188. La sua esecuzione e' la cinquantesima del 2009 negli Usa.
(Fonti: Ansa, 08/12/2009)
CONGRESSO DI NESSUNO TOCCHI CAINO 17 E 18 DICEMBRE NELLA CASA DI RECLUSIONE DI PADOVA
Iran: impiccato in carcere per stupro 25 novembre 2009: un uomo riconosciuto colpevole di stupro è stato impiccato in Iran, nel carcere della città di Karaj, una trentina di chilometri ad ovest di Teheran. Lo rende noto l’agenzia ISNA, secondo cui Mohammad Oruji, 25 anni, era stato riconosciuto colpevole anche di consumo di bevande alcoliche. L'uomo era inoltre stato condannato a 80 frustate, ma l'agenzia non chiarisce se la pena corporale sia stata effettivamente applicata prima dell'impiccagione. Nel 2008 sono state giustiziate nella Repubblica Islamica almeno 346 persone. Nel 2007, l’Iran ha praticato almeno 355 esecuzioni, a fronte delle 215 del 2006 e delle 113 del 2005. La pena di morte è prevista per omicidio, rapina a mano armata, stupro, blasfemia, apostasia, cospirazione contro il Governo, adulterio, prostituzione, omosessualità, reati legati alla droga.
Somalia: adultera lapidata in piazza, al suo compagno cento frustate 17 novembre 2009: i ribelli islamici Al-Shabaab hanno pubblicamente lapidato una donna per adulterio nel sud della Somalia, mentre il suo partner ha subito 100 frustate. Shekh Ibrahim Abdirahman, giudice del tribunale nel villaggio di Elbon, nella regione di Bakool, ha riferito della sentenza ai media locali: ”Halimo Ibraahim Abdurrahman, 29 anni, precedentemente sposata, ha avuto una relazione sessuale illecita con Nanah Mohamed Maadey, 20 anni, non sposato. I due hanno confessato i fatti di fronte al tribunale che ha condannato Halimo alla lapidazione e Nanah a 100 frustate, in conformità alla Legge Islamica”. L’adulterio è stato scoperto un po’ di tempo fa e prima di eseguire la condanna è stato permesso alla donna di partorire il bimbo frutto della relazione. Centinaia di persone locali, per lo più donne e bambini, hanno assistito alla lapidazione della donna e alle frustate inflitte all’uomo ad opera dei militanti del gruppo ribelle Al-Shabaab, che controlla gran parte del sud e del centro della Somalia. Il gruppo, che conduce una guerriglia contro il Governo somalo, applica una versione molto dura della Sharia e mette in pratica le punizioni nei confronti di persone che “confessano” i reati. Al-Shabaab è considerato dal Governo somalo un gruppo terroristico legato ad al-Qaeda.
Zambia: condanne all'impiccagione per rapina mano armata
17 novembre 2009: sei uomini sono stati condannati a morte in Zambia per rapina a mano armata. Gli imputati sono stati identificati come: Mubita Moombola, 45 anni, Namakando Simanga, 33, Musangu Simanga, Muswa Batuke, 28, Raphael Sitwala, 28, e Kongwa Moonde, tutti originari di Mongu, capoluogo della Provincia Occidentale. Secondo il giudice Tamula Kakusa dell’Alta Corte di Lusaka, capitale del Paese, gli imputati armati di fucili automatici AK 47 si sarebbero fatti consegnare dal commerciante Mushaukwa Mushaukwa 3 milioni di kwacha in contanti (circa 580 dollari Usa) e capi di abbigliamento per un valore di 3.765.000 kwacha. La rapina, commessa a Mongu, risale al 9 maggio 2007. “Considerato il crimine, per questa Corte c’è solo una sentenza possibile, l’impiccagione per tutti e sei gli imputati”, ha dichiarato il giudice.
Iran: impiccato in pubblico per stupro 15 novembre 2009: un uomo è stato impiccato in pubblico per stupro nella città settentrionale iraniana di Qaemshahr, nella provincia di Mazandaran. Lo riferisce il quotidiano iraniano Kayhan, che identifica l’uomo solo come A.B., 24 anni, la cui esecuzione è avvenuta di mattina. Era stato condannato a morte nel 2007 per aver violentato una donna. Aveva inoltre numerosi precedenti penali tra cui rapina, sequestro di persona e “relazioni illecite”. L’uomo è stato giustiziato in pubblico nonostante nel gennaio 2008 l’allora capo giudiziario Ayatollah Mahoud Hashemi Shahrudi abbia stabilito che questo tipo di esecuzioni possono essere effettuate solo se autorizzate e “sulla base di necessità sociali”. Mshmood Amiry-Moghaddam, portavoce di Iran Human Rights, ha dichiarato: “Condanniamo con forza l’uso eccessivo della pena di morte da parte delle autorità iraniane”. “L’impiccagione pubblica di oggi a Qaemshahr – ha aggiunto - costituisce un’offesa e un atto di terrorismo contro la popolazione”. Teheran afferma che la pena di morte sia uno strumento necessario per il mantenimento della sicurezza pubblica e che si applichi solo dopo un approfondito procedimento giudiziario. Omicidio, stupro, rapina a mano armata, traffico di droga e adulterio sono punibili con la morte nella Repubblica Islamica.
D'Elia, istituzione garante toscano dei detenuti modo migliore per lottare contro la pena di morte praticata di fatto nelle carceri 11 novembre 2009: “E’ il modo migliore e concreto per commemorare, il prossimo 30 novembre, il 223° anniversario della scelta coraggiosa e visionaria del Granduca Pietro Leopoldo di abolire tortura e pena di morte,” ha commentato la notizia dell’istituzione del Garante dei detenuti della Toscana il Segretario di Nessuno tocchi Caino Sergio D’Elia. Un mese fa, insieme ai militanti e parlamentari toscani del Partito Radicale, D’Elia aveva rivolto un appello al Presidente della Regione Claudio Martini perché la prossima Festa della Toscana contro la pena di morte fosse marcata anche con un fatto di estrema attualità, necessità e urgenza quale l’istituzione appunto del Garante dei Detenuti. Anche perché – osserva D’Elia - nell’Italia di oggi vige un tipo di pena di morte che non è comminata di diritto dai tribunali ma è praticata di fatto nelle carceri, tanti sono i casi di morti ammazzati da malasanità e malagiustizia penitenziarie.”
Cina: fonti ufficiali, nove giustiziati per scontri Xinjiang 9 novembre 2009: fonti ufficiali cinesi rendono noto che nove persone sono già state giustiziate in relazione ai disordini nella provincia dello Xinjiang dello scorso luglio. La notizia delle esecuzioni è stata diffusa con un dispaccio di poche righe dall'agenzia ufficiale China News Service. Le esecuzioni, si legge nell'agenzia, sono state praticate dopo l’approvazione da parte della Corte Suprema di Pechino, come prevedono le leggi in vigore in Cina. I nove erano stati condannati per omicidio, saccheggio e altri crimini che avrebbero commesso nel corso delle violenze interetniche del luglio scorso, nelle quali furono uccise quasi 200 persone. “Un primo gruppo di nove persone, che erano state recentemente condannate a morte, sono già state giustiziate una dopo l’altra, con l’approvazione della Corte Suprema”, ha dichiarato alla AFP il portavoce dell’amministrazione dello Xinjiang, Hou Hanmin. (Fonti: BBC, Corriere.it, 09/11/2009)
Da prossimo anno iniezione letale per tutti 4 novembre 2009: Dal prossimo anno la città di Pechino adotterà il metodo dell’iniezione letale per tutti i condannati a morte, rende noto il Beijing Youth Daily, aggiungendo che una stanza per le iniezioni letali e' gia' stata allestita nella capitale cinese. I funzionari del Dipartimento di Giustizia di Pechino hanno ispezionato la struttura e stanno ora studiando il percorso che i condannati effettueranno per raggiungere il luogo dell’esecuzione. Dal 1997 la Cina cerca di sostituire il colpo di pistola alla nuca con l’iniezione letale, metodo che le autorità cinesi considerano piu' 'umano' e preferito dagli stessi condannati e dai loro familiari. L’iniezione è stata già adottata in alcune citta', come Shanghai e Wuhan. Finora, sottolinea il giornale, il governo concedeva tale 'privilegio' solo agli alti funzionari reclusi nel carcere di Qincheng, a Pechino. Risale al 10 luglio 2007 l’ultima iniezione capitale effettuata a Pechino. In quell’occasione fu messo a morte Zheng Xiaoyu, ex responsabile dell’Agenzia Statale per i controlli di qualita' su cibo e medicine, riconosciuto colpevole di aver accettato tangenti in cambio dell’approvazione di farmaci non testati, provocando la morte di decine di persone.
Iran: impiccato in carcere a Zahedan 2 novembre 2009: un uomo è stato impiccato nel carcere della città iraniana di Zahedan, capoluogo della provincia del Sistan-Baluchestan. Lo rende noto la polizia iraniana, che identifica il giustiziato come Abdolhamid Rigi, membro dell’organizzazione Jondollah. In base alla notizia, l’uomo era stato accusato di essere un “moharebeh” (nemico di Dio). L’agenzia ufficiale Fars precisa che la persona messa a morte non è il fratello di Abdolmalek Rigi, leader di Jondollah. Jondollah è un’organizzazione sunnita che nel Sistan-Baluchestan conduce la lotta armata contro le autorità iraniane. Negli ultimi anni l’Organizzazione ha rivendicato diversi sanguinosi attacchi contro le Guardie Rivoluzionarie. (Fonti: Iran Human Rights, 03/11/2009)
Pena di morte: D'Elia, non credo che la Russia possa avere ripensamenti 30 ottobre 2009: Una decisione presa da Boris Yeltsin e poi ribadita da Vladimir Putin quella dell'applicazione della moratoria delle esecuzioni capitali in Russia: una decisione politica, un atto politico dal quale non ci si puo' tirare indietro. "Il dibattito sulla pena capitale in Russia e' sempre vivo e probabilmente sempre lo sara' - ha detto all'ADNKRONOS Sergio D'Elia, segretario generale dell'associazione Nessuno tocchi Caino - ma la decisione di attuare una moratoria della pena di morte presa da Yeltsin e poi ribadita da Putin e' una decisione politica, mai formalizzata, ma dalla quale la Russia non puo' tornare indietro per i contraccolpi che subirebbe da parte dell'opinione pubblica internazionale, tenendo conto per esempio che la Russia e' membro del Consiglio d'Europa". "Credo quindi che la Russia non potra' avere dei ripensamenti - ha concluso D'Elia - nonostante le pressioni dell'opinione pubblica interna o di politici.
Bielorussia: Corte Suprema conferma condanna a morte 27 ottobre 2009: la Corte Suprema bielorussa ha confermato la condanna a morte di un uomo riconosciuto colpevole dell’omicidio di due persone.
Andrei Zhuk, 25 anni, avrebbe ucciso due guardie nel corso di una rapina ad un veicolo che trasportava soldi. Zhuk ha ora 10 giorni di tempo per inoltrare domanda di grazia al Presidente bielorusso Aleksander Lukashenko. Sempre questo mese, il presidente Lukashenko ha rifiutato di concedere la grazia ad un altro condannato a morte, Vasily Yusepchuk, 30 anni, riconosciuto colpevole di aver derubato e ucciso sei anziane donne.
Gli avvocati difensori sostengono che Yusepchuk sia stato torturato, finendo per confessare degli omicidi che in realtà non ha commesso. (Fonti: Ap, 27/10/2009)
Somalia: fucilati da miliziani Shabaab
25 ottobre 2009: i miliziani del movimento al-Shabaab hanno fucilato in Somalia due giovani accusati di spionaggio in favore del Governo somalo. Le esecuzioni sono state effettuate in pubblico a Marka, città portuale situata 100 km a sud di Mogadiscio. "Questi due giovani erano coinvolti in spionaggio contro la nostra amministrazione islamica," ha dichiarato ai giornalisti lo sceicco Suldan, esponente di al-Shabaab. "Sono stati detenuti per tre mesi. Abbiamo indagato e loro hanno confessato". Come riferito da testimoni, con l’uso di altoparlanti i miliziani hanno raccolto centinaia di persone in uno spazio aperto vicino al porto, per assistere alle esecuzioni. Uno dei testimoni di Marka, Ali Hussein, ha detto al telefono che i residenti sono stati costretti ad assistere alle fucilazioni. "I due ragazzi sono stati accusati di spionaggio, ma non siamo in grado di stabilire se fossero colpevoli", ha aggiunto. "Uno dei due ragazzi non è morto subito, per cui gli otto miliziani al-Shabaab, mascherati, si sono avvicinati e hanno aperto il fuoco su di lui. Presto il suo corpo è sembrato carne maciullata, a causa dei numerosi colpi sparati." Soprattutto nella regione meridionale di Kismayu, ma anche nei quartieri di Mogadiscio controllati da al-Shabaab, tribunali islamici hanno negli ultimi mesi ordinato esecuzioni, fustigazioni ed amputazioni. I ribelli hanno anche vietato filmati, musiche e danze in occasione di cerimonie nuziali, oltre che il gioco del calcio. Nella città di Balad Hawa, vicino al confine con il Kenya, al-Shabaab ha chiuso la locale Ong ASEP, sequestrando alcuni dei suoi membri. Una fonte dei ribelli riferisce che il personale era stato accusato di spionaggio.
Italia/Bielorussia: Zamparutti, deludente impegno italiano contro pena di morte
22 ottobre 2009: Elisabetta Zamparutti, deputata radicale e tesoriera di Nessuno tocchi Caino, sulla risposta data oggi dal Sottosegretario agli Esteri Luigi Scotti all’interpellanza urgente sull’imminente rischio di esecuzione di Vasil Yuzepchuk in Bielorussia ha dichiarato: “Sentire il governo oggi in Aula dire che l’impegno italiano contro la pena di morte in Bielorussia si è concretizzato nel sostegno a una prima démarche dell'Unione europea e nell’adesione alla lettera che la Presidenza svedese dell'UE sta inviando in queste ore a Minsk, mi pare poco per un Paese che ha promosso la campagna per la moratoria universale delle esecuzioni capitali e si candida a essere l’avvocato di Lukashenko in Europa. Nessuna iniziativa bilaterale sulla pena di morte e, anche in ambito europeo, solo un andare a rimorchio di iniziative prese da altri. La vicenda di Vasil Yuzepchuk avrebbe potuto essere un primo banco di prova del cambio di rotta che Minsk dice di voler imprimere sui diritti umani e la democrazia, ma a questo punto è divenuta il banco di prova dell’inconsistenza di questo Governo nella promozione dei diritti umani nel mondo e, in particolare, nell’ultima dittatura rimasta in Europa.”
Italia-Bielorussia: Radicali, caso condannato a morte banco di prova delle "buone relazioni" tra i due paesi
20 ottobre 2009: Elisabetta Zamparutti ha presentat o insieme agli altri deputati Radicali eletti nelle liste del Partito Democratico una interpellanza urgente al Ministro degli Affari esteri in relazione al caso di Vasil Yuzepchuk, uno zingaro di trent'anni a rischio di esecuzione in Bielorussia per l’uccisione di sei anziane signore. Come riporta oggi il quotidiano ‘Europa’ in un lungo articolo del Segretario di Nessuno tocchi Caino Sergio D’Elia, la Corte Suprema bielorussa, il 2 ottobre scorso, alla fine di un “processo tutt’altro che giusto”, ha confermato la condanna a morte di Yuzepchuk, il quale rischia di essere giustiziato da un momento all’altro dopo che, il 13 ottobre, il Presidente Aleksandr Lukashenko gli ha negato la grazia. Nell’interpellanza, sottoscritta anche dal capogruppo del Partito Democratico alla Camera Antonello Soro e alla quale il Governo risponderà alla Camera domani, si richiama la recente visita a Minsk del Ministro degli esteri Frattini, visita volta a rafforzare i rapporti bilaterali tra l’Italia e la Bielorussia di Lukashenko, definito dagli interroganti “l'ultimo dittatore del Vecchio Continente che da quando ha preso il potere nel 1994 ha applicato la pena di morte centinaia di volte e mostrato clemenza una volta sola.” Al di là della innocenza o meno di Vasil Yuzepchuk, che rischia di essere giustiziato con un colpo di pistola alla testa, pratica rimasta invariata dai tempi dell'Unione sovietica, i firmatari dell’interpellanza invitano la Farnesina e Palazzo Chigi a considerare il caso come “un primo, piccolo ma urgente, banco di prova delle buone relazioni tra Roma e Minsk, del credito che è stato dato all'ultima dittatura d'Europa che promette di voltare pagina e della bu! ona fede di un presidente che, dopo quattrocento esecuzioni e una sola grazia, dice di essere pronto a cambiare registro.” I deputati firmatari dell’interpellanza chiedono infine al Ministro degli esteri quali iniziative abbia intrapreso per scongiurare l'esecuzione di Vasil Yuzepchuk e quali azioni il Governo abbia promosso o intenda promuovere affinché la Bielorussia rispetti il contenuto della Risoluzione per la moratoria universale della pena di morte, promossa dall’Italia e approvata al Palazzo di Vetro nel dicembre del 2007.
Myanmar: due bambini-soldato condannati a morte
16 ottobre 2009: le autorità del Myanmar (ex Birmania) hanno condannato a morte due bambini-soldato per l’omicidio di un altro bambino-soldato, denunciano i familiari di uno dei condannati. Solo uno dei due condannati è stato identificato come il soldato semplice Maung Aung Ko Htwe, 16 anni, matricola Ta/351807 e detenuto nella Prigione di Lashio. Entrambi i giudicati colpevoli dell’omicidio appartenevano al 322° Reggimento di Fanteria Leggera, dislocato nella regione di Laogai, nel nord dello Stato di Shan. Nel corso di una rissa con altri militari, avrebbero ucciso un bambino-soldato membro di una famiglia legata al Democratic Karen Buddhist Army (DKBA), formazione che sostiene la Giunta militare birmana. I due non sono stati processati dal proprio reggimento, bensì deferiti al Dipartimento di Correzione, che li ha condannati a morte. Maung era uno studente del Liceo statale n°2 della township di Sud Dagon Myothit quando nel 2006 venne reclutato dai militari alla Stazione Ferroviaria Centrale di Rangoon. La sua famiglia ha saputo dell’omicidio solo cinque mesi dopo l’imputazione. “Nessuno ci ha informato di quello che gli era successo. Abbiamo deciso di telefonare al suo battaglione e ci hanno detto che si trovava in carcere per l’omicidio di un bambino”, ha detto la sorella. Aye Myint, membro del gruppo di avvocati Guiding Star ha detto che fornirà assistenza legale alla famiglia per portare il caso davanti all’Organizzazione Internazionale per il Lavoro (ILO). “In Birmania, in base alla Legge sull’Infanzia del 1993, un bambino non può essere punito con la morte o con una detenzione superiore a 10 anni”, ha detto l’avvocato, secondo cui le autorità “hanno ignorato tutto questo”. Inoltre – ha aggiunto – Maung è stato reclutato come soldato-bambino, pratica illegale in base alla stessa legge birmana. Secondo un recente rapporto della Guiding Star sono al meno 107 i bambini-soldato reclutati dall’esercito birmano tra maggio e agosto di quest’anno. Soltanto in 35 sono stati restituiti alle famiglie.
Gambia: presto ripresa delle esecuzioni 15 ottobre 2009: saranno presto giustiziati in Gambia i condannati a morte per omicidio che hanno esaurito tutti gli appelli, ha dichiarato il capo della Procura Richard Chenge. “Saranno impiccati il prima possibile” ha detto Chenge, aggiungendo “Al momento stiamo controllando il patibolo nella Prigione Centrale di Stato, affinché tutte le attrezzature funzionino al meglio”. Lo scorso mese, il presidente del Gambia Yahya Jammeh ha dichiarato alla televisione statale GRTS che, considerato il numero crescente dei crimini, nel Paese verrà ripresa l’applicazione della pena di morte. C’è stata una sola esecuzione nel Gambia dall’indipendenza nel 1965 dal Regno Unito: Mustapha Danso, condannato nel dicembre 1980 per l’assassinio di un vice comandante in capo, è stato giustiziato il 30 settembre 1981. Il 18 dicembre 2008 il Gambia si è astenuto sulla risoluzione per una moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Mongolia: graziato dal presidente 15 ottobre 2009: il Presidente della Mongolia Tsakhia Elbegdorj ha concesso la grazia al prigioniero Buuveibaatar, 33 anni, la cui condanna a morte è stata commutata in pena detentiva. L’uomo era stato riconosciuto colpevole dell’omicidio, commesso nel gennaio 2008, del fidanzato della sua ex ragazza, tuttavia il padre di Buuveibaatar sostiene che l’uccisione sia avvenuta per legittima difesa. La condanna capitale era stata emessa il 1° agosto 2008 dal Tribunale Distrettuale di Bayangol, nella capitale mongola Ulan Bator. Il numero esatto delle condanne a morte, delle esecuzioni e dei prigionieri nel braccio della morte in Mongolia è coperto dal segreto di Stato. Il 18 dicembre 2008 la Mongolia ha votato contro la risoluzione per una moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Iran: giustiziato un altro minorenne
11 ottobre 2009: un ragazzo di 21 anni, Behnoud Shojaee, è stato impiccato all’alba nella prigione di Evin a Teheran per un omicidio commesso quando aveva 17 anni e del quale si dichiarava innocente. Behnoud Shojaie era stato ritenuto colpevole di aver ucciso un ventenne di nome Omid durante una lite avvenuta in un parco nel giugno del 2005 che aveva coinvolto una dozzina di giovani. La condanna a morte è arrivata nel 2006 ed era stata confermata dalla Corte suprema l’anno successivo. Dopo la condanna a morte, a fine 2007 Behnoud è stato difeso dall’avvocato Mohammad Mostafaei, che gratuitamente aiuta i minorenni nel braccio della morte in Iran. Nel 2008 le autorità avevano mandato a morte Behnoud quattro volte e un’altra volta nell’agosto 2009, mettendolo in isolamento a Evin per alcuni giorni, come fanno di solito prima dell'impiccagione. Poi tutte le volte l’esecuzione era stata rimandata – forse anche grazie alla pressione internazionale. Due volte era stata rinviata quando lui era a pochi secondi dall’essere impiccato, già fuori, nel cortile, con il cappio pronto. L'ex capo del sistema giudiziario iraniano, l'ayatollah Mahmoud Hashemi Shahroudi, aveva sospeso la pena chiedendo ai genitori della vittima se volessero perdonare l'assassino. Ma il “prezzo del sangue” per Behnoud era proibitivo e alcuni intellettuali e artisti iraniani avevano lanciato una campagna per lui. Avevano raccolto 100 milioni di toman (70mila euro), convincendo la famiglia di Omid a concedere il perdono. Ma il tribunale ha chiuso il conto bancario e convocato gli artisti minacciandoli di incriminazione: “Nuocete all’atmosfera politica del Paese e alla famiglia.” I genitori di Omid si sono tirati indietro. Ai genitori stessi è stato permesso di impiccare con le proprie mani Behnoud nella famigerata prigione di Evin. La notte prima dell’esecuzione centinaia di iraniani si erano riuniti davanti alla prigione di Evin, sperando di convincere le autorità a rinviare ancora una volta l’esecuzione. Con quest'ultima esecuzione sale a 5 il numero dei minorenni giustiziati in Iran nel 2009. Erano stati almeno 13 nel 2008 e 8 nel 2007. (Fonti: Iran Human Rights Activists News Agency, AGI, Corriere della sera, 11/10/2009)
Gaza: condannato all'impiccagione per collaborazionismo
7 ottobre 2009: un uomo è stato condannato a morte da un tribunale di Gaza per collaborazionismo con Israele. Si tratta di Saleem Mohammed Saleem al-Nabahin, 27enne del campo profughi di al-Boreij, la cui condanna all’impiccagione è stata emessa dal Tribunale Militare Permanente di Gaza, presieduto dal giudice Ayman 'Imad al-Din. La condanna, che è appellabile, è stata pronunciata alla presenza dell’imputato. L’uomo era stato arrestato il 28 dicembre 2007. All’unanimità, il Tribunale ha riconosciuto l’imputato colpevole di collaborazionismo con soggetti ostili, in violazione dell’articolo 131/a/b del Codice Penale Palestinese del 1979, condannandolo all’impiccagione sulla base dell’articolo 415 del Codice Palestinese delle Misure Penali n°3 del 2001.
Iran: un impiccato per adulterio, la moglie sarà lapidata
5 ottobre 2009: un uomo è stato impiccato per adulterio e omosessualità, mentre sua moglie è in attesa di essere lapidata per essersi prostituita, a causa delle condizioni di povertà della famiglia. Lo ha reso noto il loro avvocato, l’attivista per i diritti umani Mohammad Mostafai. L’uomo, Rahim Mohammadi, è stato impiccato a Tabriz, nel nord-ovest del Paese. Sua moglie, Kobra Babai, dovrebbe invece essere messa a morte tramite lapidazione nei prossimi giorni. L’avvocato Mostafai ha detto che né lui né l a famiglia di Rahim Mohammadi erano stati avvisati dell’imminente impiccagione e che i congiunti hanno ricevuto da un altro detenuto la notizia che l’uomo era stato messo a morte. Il legale ha spiegato che Rahim Mohammadi e Kobra Babai, sposati da circa 16 anni e con una figlia di 11, vivevano in condizioni di estrema povertà ed erano costretti a ricorrere all’assistenza economica di organizzazioni statali. Alcuni impiegati di queste organizzazioni avrebbero offerto ulteriore denaro all’uomo per poter avere rapporti sessuali con Kobra, e lui avrebbe accettato. La donna sarebbe stata quindi fatta prostituire con una quarantina di uomini, secondo quanto reso noto dall’avvocato Mostafai. E per questo è stata condannata alla lapidazione. In un primo tempo Mohammadi era stato condannato solo per adulterio, condanna che prevede l’esecuzione tramite lapidazione, poi è stato riconosciuto colpevole anche di rapporti omosessuali (Lavat) con un vicino di casa reoconfesso, il che avrebbe comportato l’impiccagione come metodo di esecuzione. Secondo il legale, l’accusa di “rapporti anali” con un uomo era stata respinta da Mohammadi e ritrattata dal suo accusatore, ed è stata mossa solo al fine di cambiare modalità di esecuzione per timore delle proteste che la lapidazione avrebbe potuto suscitare fra gli attivisti per i diritti umani e nella comunità internazionale. Rahim Mohammadi era stato anche sottoposto alla fustigazione alcuni giorni prima dell’esecuzione ed è stato impiccato con il corpo martoriato per le frustate ricevute. (Fonti: Human Rights Activists in Iran, 06/10/2009; Ansa, 07/10/2009)
Nigeria: governatori chiedono pena di morte per sequestro
5 ottobre 2009: i governatori dei 36 Stati della federazione nigeriana hanno chiesto al Governo Federale di introdurre la pena di morte per il sequestro di persona. Riunitisi negli Uffici della Rappresentanza dello Stato di Kwara ad Abuja, capitale federale, i Governatori hanno formulato la loro richiesta nel comunicato diramato al termine del meeting, svoltosi sotto gli auspici del “Forum dei Governatori Nigeriani”. Per i Governatori è giunto il momento che le autorità federali agiscano con decisione per contrastare la criminalità e ripristinare in Nigeria condizioni di sicurezza, mentre si moltiplicano in tutto il Paese i casi di sequestro a scopo di riscatto.
Iran: sette attivisti Ahwazi condannati a morte
6 ottobre 2009: sette arabi Ahwazi sono stati condannati a morte in segreto dal Tribunale Rivoluzionario dell’Iran di Ahwaz City, riferiscono l’agenzia IranPress ed il gruppo Attivisti per i Diritti Umani in Iran. L’Organizzazione Ahwaz per i Diritti Umani (AHRO) ha identificato i condannati a morte come Ali Saedi (25 anni), Valid Naisi (23), Majid Fardipour (Mahawi) (26), Da'iar Mahawi (50), Maher Mahawi (21), Ahmad Saedi, (28), Yousef Leftehpoor (25), alcuni dei quali noti attivisti per i diritti culturali della minoranza Ahwazi. Altre due persone, Sayed Morteza Musawi e Adnan Biat, sono state condannate rispettivamente a due anni e tre anni e mezzo di reclusione. Arrestati nell'agosto del 2007, i nove uomini sono stati imprigionati per mesi in isolamento nel carcere Karoon di Ahwaz, dove molti prigionieri politici ahwazi sono stati torturati e giustiziati. Tutti e nove sono stati inizialmente accusati di essersi convertiti dallo sciismo al sunnismo, in seguito sono stati accusati in relazione all’omicidio, avvenuto nel giugno 2007, del religioso sciita Hashem Saimari, nonché di “agire contro la sicurezza nazionale”. Saimari era noto per la sua violenta retorica contro i musulmani sunniti, che accusava di eresia. Era stato coinvolto nel reclutamento di giovani Ahwazi nelle forze paramilitari Bassij, oltre ad essere il portavoce locale del regime iraniano. Imam della moschea Zahraa del distretto al-Hey Thawra di Ahwaz City, Saimari sarebbe stato inoltre legato ai servizi segreti iraniani. Nessun gruppo Ahwazi ha mai rivendicato l’omicidio e nessuna prova è stata trovata a sostegno delle accuse contro gli arrestati, i quali hanno negato ogni coinvolgimento nella lotta armata e nell’omicidio. Come tipico delle procedure del Tribunale Rivoluzionario contro i dissidenti – denunciano gli attivisti Ahwazi – agli imputati è stato negato l’accesso ad un avvocato. In passato, esecuzioni sulla base di accuse simili sono state condotte contro innocenti attivisti politici e culturali, compresi alcuni che erano già in carcere nel momento in cui i reati loro addebitati sono stati commessi. Le esecuzioni di attivisti arabi Ahwazi sono in corso dall'aprile 2005, inizio dall’intifada ahwazi contro il regime iraniano. Migliaia di arabi sono stati arrestati dal regime e molti sono stati uccisi, o sommariamente o a seguito di processi segreti. Secondo l’AHRO, da quando il 15 aprile 2005 l'Intifada è iniziata, oltre 5.000 Ahwazi sono stati arrestati, almeno 131 sono stati uccisi e oltre 150 sono scomparsi. Si ritiene che questi ultimi siano stati torturati e uccisi dalle forze di sicurezza iraniane.
Yemen: due pakistani condannati a morte per traffico di droga 3 ottobre 2009: due cittadini pakistani, Salim Abdulrahim di 46 anni, e Ghulam Khan Mohammed, 50, sono stati condannati a morte in Yemen per traffico di droga. Nello stesso caso, il Tribunale Speciale per la Sicurezza dello Stato, presieduto dal giudice Redhwan Al Namer, ha condannato alti due pakistani a 25 anni di carcere ciascuno, mentre altre sette persone, sempre di nazionalità pakistana, sono state prosciolte. Alla fine dello scorso anno, gli 11 imputati erano comparsi in aula con l’accusa di aver introdotto in Yemen 1600 kg di hashish "Ratang", provenienti dal porto pakistano di Kawader (Qawadir), su di una barca chiamata Zaher. Erano stati arrestati nel giugno 2008, sulle coste yemenite orientali di Al-Mukalla. Nel corso degli ultimi anni i traffici di droga attraverso le coste yemenite orientali sono notevolmente aumentati. Sono centinaia i contrabbandieri pakistani, iraniani, siriani, arrestati nella regione nel corso degli ultimi due anni, con decine di tonnellate di droga sequestrate.
Malesia: condanna a morte per traffico di cannabis
30 settembre 2009: un cittadino indonesiano è stato condannato a morte da un’Alta Corte malese per traffico di cannabis. Si tratta di Nasir Ibrahim, 31 anni, riconosciuto colpevole del traffico di 868 grammi di cannabis, avvenuto il 7 gennaio 2004. L’uomo fu fermato ad un posto di blocco nella località di Taman Wilayah e sorpreso con la sostanza proibita. La condanna capitale è stata pronunciata dal giudice Zainal Azman Ab Aziz. La Legge sulle Droghe Pericolose del 1952 prevede obbligatoriamente la pena di morte in caso di possesso e spaccio. Il possesso di 200 grammi di cannabis è sufficiente per beccarsi 20 anni di carcere, mentre per il traffico è prevista la condanna a morte.
(Fonti: Bernama Daily Malaysian News, 30/09/2009)
Iran: cinque impiccati per traffico di droga
28 settembre 2009: cinque persone sono state impiccate nel carcere di Taybad, città nel nord-est dell’Iran, per traffico di droga. Le esecuzioni sono state effettuate intorno alle nove di sera, precisa il giornale Hamshahri, che non rende però note le identità dei giustiziati. Taybad è situata vicino al confine con l’Afghanistan, Paese maggiore produttore al mondo di oppio ed eroina. Le autorità iraniane sostengono che la pena di morte sia uno strumento necessario per il mantenimento dell’ordine pubblico e che venga applicata soltanto dopo approfonditi processi giudiziari. La pena capitale è prevista in Iran per omicidio, rapina a mano armata, stupro, blasfemia, apostasia, cospirazione contro il Governo, adulterio, prostituzione, omosessualità, reati legati alla droga. La legge prevede la pena di morte per il possesso di più di 30 grammi di eroina o di 5 chili di oppio. Nel 2007, l’Iran ha praticato almeno 355 esecuzioni. Nel 2008 le persone messe a morte sono state almeno 346.
Somalia: giustiziati per spionaggio da milizia Shebab
28 settembre 2009: i miliziani islamici Shebab hanno giustiziato in Somalia due persone che erano state accusate di spionaggio a favore degli Stati Uniti e del governo somalo. I due sono stati fucilati in pubblico a Mogadiscio dopo essere stati giudicati colpevoli dal giudice della milizia, Sheikh Abdullahi Al-Haq. "Hassan Moalim Abdullahi è stato giudicato colpevole di spionaggio in favore degli Usa. E’ stata provata oltre ogni dubbio la sua appartenenza alla CIA”, ha detto Al-Haq sul primo dei due giustiziati. “L’imputato ha ammesso di aver lavorato per la CIA, riconoscendo i propri misfatti”. Il secondo imputato avrebbe indicato ai militari governativi obiettivi da colpire con l’artiglieria. Una terza persona ha subito 29 frustate per contraffazione di dollari. Gli estremisti islamici Shebab hanno imposto una dura versione della Sharia nelle aree del Paese cadute sotto il loro controllo. Sempre in questo mese, i miliziani hanno mozzato in pubblico la mano destra di due uomini accusati di furto.
Iran: donna impiccata per omicidio
24 settembre 2009: una donna è stata impiccata in Iran dopo essere stata riconosciuta colpevole dell’omicidio del marito. La notizia dell’esecuzione è stata data dall’agenzia di stampa ufficiale ISNA, che non fornisce però le generalità della donna né la sua età. L’esecuzione ha avuto luogo nella prigione di Sarakhs, città nella provincia nord-orientale del Razavi Khorasan. L’omicidio sarebbe stato commesso 10 anni fa, in un villaggio nei pressi di Sarakhs. (Fonti: Iran Human Rights, 26/09/2009)
Ho passato 34 anni nel braccio della morte giapponese
Quando il corpo non cede sotto il peso dei suoi 83 anni, e il sole splende sul suo luogo di nascita, Kyushu, in Giappone, Sakae Menda a volte si dimentica delle pene sofferte ed è consapevole di essere fortunato ad averla scampata. Ma per la maggior parte del tempo non può dimenticare che lo Stato giapponese gli ha rubato 34 anni di vita per un reato che non aveva commesso, né può scordarsi di quando pensava che ogni giorno dei 12.410 giorni trascorsi nel braccio della morte poteva essere l’ultimo. Perché, dice, “essere in attesa di morire è una forma di tortura, peggiore della morte stessa.” Menda è il primo uomo liberato dal braccio della morte giapponese, un posto che in un recente rapporto si è meritato le critiche fulminanti di Amnesty International. I detenuti sono portati alla follia nell’attesa dell’esecuzione, sostiene Amnesty International, e almeno 5 dei 102 condannati a morte giapponesi sono malati di mente. Molti dei detenuti più anziani sono sull’orlo della senilità, ma i dati precisi della situazione non sono resi noti. “La politica del governo è di non permettere visite ai detenuti nel braccio della morte e le nostre richieste d’accesso sono regolarmente respinte,” dice Amnesty, che definisce il sistema “vergognoso”. Gli oppositori della pena di morte rilevano che il Giappone sta opponendo resistenza al trend mondiale abolizionista. Sebbene spedisca in carcere esattamente un terzo di persone in meno del Regno Unito, il sorprendente tasso di condanne del paese, pari al 99%, dimostra che i condannati includono certamente persone innocenti come Sakae Menda. “C’è poco da dubitare sul fatto che vi siano altri Menda nelle nostre prigioni,” ha detto Yoshikuni Noguchi, un’ex guardia carceraria divenuta avvocatessa e attivista contro la pena di morte. I detenuti sono privati di ogni contatto col mondo esterno, tenuti in isolamento e costretti ad attendere in media oltre sette anni, a volte decenni, in celle dalle dimensioni di un gabinetto mentre il sistema legale li stritola. Quando arriva il decreto di esecuzione, i condannati hanno, letteralmente, minuti per sistemare le loro cose prima di infilare la testa nel cappio. Siccome l’ordine può arrivare in qualunque momento, i detenuti vivono ogni giorno pensando che potrebbe essere l’ultimo, ricorda Menda, che fu incastrato dalla polizia per un caso di duplice omicidio. La mattina presto del 30 dicembre 1948, un assassino fece irruzione nella casa di un sacerdote e di sua moglie, vicino l’abitazione di Menda, e li uccise a coltellate e a colpi d’ascia. L’assassino avrebbe potuto essere chiunque, ma Menda - un manovale povero e privo d’istruzione - si trovò nel posto sbagliato al momento sbagliato, e fu arrestato in un caso a parte relativo a un furto di riso. La polizia lo trattenne per tre settimane senza che vedesse un avvocato finché non riuscirono a estorcergli una confessione. Condannato nel 1951, non avrebbe più messo piede fuori dal carcere di Fukuoka fino al 1983, quando fu riconosciuto innocente. Una vita ridotta in una cella di isolamento di 5 metri quadri, senza riscaldamento, illuminata giorno e notte e costantemente monitorata. Menda racconta quando per la prima volta ha sentito dalla sua cella uno dei detenuti che veniva portato al patibolo. È stato un evento che lo ha fatto uscire fuori di testa e lo ha portato a urlare così tanto da fargli meritare un chobatsu (una punizione): in quel caso, si trattò di due mesi con le mani legate così che era ridotto a mangiare come un animale. Ma ogni mattina, dopo la colazione, quando sarebbe arrivato lo squadrone dell’esecuzione, ritornava il terrore che quello potesse essere il suo ultimo giorno. “Le guardie si sarebbero fermate davanti alla tua cella, il tuo cuore sarebbe impazzito, poi loro avrebbero proseguito e tu avresti potuto riprendere a respirare,” ricorda vivamente Menda che avrebbe visto dozzine di altri detenuti trascinati via. “Mentre venivano portati alla forca, gli uomini urlavano: ‘Me ne andrò per primo e ti aspetterò’,” ricorda Menda. La moglie Tamae definisce un ‘miracolo’ il fatto che suo marito sia rimasto sano di mente. “E’ un tipo molto irascibile e ostinato e credo sia sopravvissuto grazie al fatto che non aveva un’istruzione e non poteva capire il senso di quello che gli stava capitando.” La settimana scorsa, la direttrice di Amnesty International nel Regno Unito, Kate Allen, ha definito il sistema un “regime di silenzio, isolamento e vera e propria non-esistenza”, e la scelta di notificare l’esecuzione lo stesso giorno in cui avviene “assolutamente crudele”. I boia restano indifferenti di fronte all’età, la senilità o a eventuali handicap: tra i condannati c’è un uomo di 83 anni, Masaru Okunishi, che da oltre quarant’anni protesta la sua innocenza circa l’avvelenamento di cinque donne. Secondo Amnesty sono 32 le persone impiccate in Giappone dal gennaio 2006. I sondaggi mostrano uno scarso sostegno all’abolizione. Secondo un’indagine del 2005 oltre l’80% degli intervistati si dichiara “a favore” delle esecuzioni (nei “casi inevitabili”), un aumento di oltre il 23% dalla metà degli anni ’70. Gli abolizionisti sperano che il nuovo governo Democratico di Yukio Hatoyama discuterà l’eliminazione della pena di morte. Ma Menda è pessimista. “Quando sono stato rilasciato, la gente ha iniziato a interessarsi alla causa (dell’abolizione) ma poi ha perso interesse. La democrazia giapponese ha solo 60 anni. Il concetto di diritti umani non è radicato nella nostra storia,” dice Menda. L’avvocatessa Noguchi, che ha lasciato il servizio penitenziario per la pratica legale nel 1980, ritiene che la riforma è attesa da troppo tempo. “Il sistema è persino peggiorato rispetto a 30 anni fa. Le regole sui contatti con il mondo esterno, inclusa la corrispondenza e gli incontri con i familiari, sono diventate più rigide. Prima ai condannati l’esecuzione veniva notificata 24 ore prima, ora lo sanno solo con poche ore d’anticipo.” Più di vent’anni di libertà non hanno affievolito l’avversione di Menda nei confronti della polizia e della magistratura. Lui sostiene che il sistema che ha distrutto la sua vita non è cambiato: la polizia può ancora trattenere un sospetto per 23 giorni senza alcun controllo giudiziario; le confessioni hanno ancora un peso enorme, con oltre il 99% delle accuse che si risolvono in una vittoria della procura nei processi, mentre i condannati continuano a essere tenuti in isolamento potenzialmente all’infinito. “Il potere qui ha il sopravvento,” dice Menda. “Sono andato a trovare la polizia quando sono stato rilasciato e ho chiesto loro come si sentissero dopo quello che mi avevano fatto. Hanno risposto che stavano facendo solo il loro lavoro.” (Fonte: Indpendent.co.uk, 15/09/09)
Tanzania: tre condannati alla forca per omicidio albino 23 settembre 2009: un tribunale del nord ovest della Tanzania ha condannato all’impiccagione tre uomini per aver ucciso un albino di 14 anni, lo scorso dicembre. Alla giovane vittima, Matatizo Dunia, i tre avrebbero tagliato le gambe, nel distretto di Bukombe della provincia di Shinyanga. Negli ultimi due anni sono aumentati nel Paese i crimini efferati contro gli albini, i cui corpi vengono smembrati e le parti vendute agli stregoni per la preparazione di pozioni cui si attribuisce il potere di portare ricchezza e fortuna. Dal 2007 sono più di 50 gli omicidi commessi in Tanzania contro persone albine, la cui pelle, capelli e occhi mancano quasi totalmente di melanina, per una condizione genetica. Sono decine le persone arrestate in relazione a queste uccisioni, tuttavia si tratta delle prime condanne emesse in un caso del genere. Contro questi crimini il governo tanzaniano sta combattendo, sia con strumenti giudiziari che con campagne di informazione contro la stregoneria. Superstizione e avidità sono i fattori che alimentano questo lucroso traffico criminale che ha gettato nel terrore centinaia di albini e le loro famiglie che vivono in Tanzania, oltre che nel vicino Burundi.
(Fonti: Apcom, 23/09/2009)
Vietnam: due donne condannate a morte per droga
19 settembre 2009: due donne sono state condannate a morte per detenzione e traffico di droga da un tribunale di Hanoi, capitale del Vietnam. Le condanne capitali sono state pronunciate dal Tribunale del Popolo nei confronti di Tran Thi Thuan e Tran Thi Hieu, originarie di Hanoi e riconosciute a capo di un’organizzazione composta da 17 persone. Altre due donne e un uomo appartenenti alla banda sono stati condannati all’ergastolo, mentre i restanti 12 affiliati dovranno scontare pene detentive comprese tra 15 e 20 anni. Dieci anni fa, l’organizzazione avrebbe creato un “mercato della droga” nel distretto Thanh Nhan di Hanoi, vendendo più di 10 kg di eroina. Nello stesso caso, sei ex poliziotti della squadra anti-droga sono stati condannati a pene detentive comprese tra tre e 18 anni. Avrebbero offerto protezione alla banda in cambio di soldi. In Vietnam, una legge del 1997 considera un reato capitale il possesso o lo spaccio di almeno 100 grammi di eroina o di almeno 5 chilogrammi di oppio. Nel luglio 2001, la Corte Suprema del Popolo ha emanato una direttiva che raccomanda per il traffico di droga pene diverse a seconda della quantità di stupefacente: 20 anni di reclusione da 100 a 300 grammi di eroina, carcere a vita da 300 a 600 grammi e pena di morte per quantità superiori a 600 grammi. La direttiva non sempre viene rispettata dai tribunali. (Fonti: Thanhniennews.com, 19/09/2009)
Giappone: nuovo ministro della giustizia chiede dibattito su pena capitale 17 settembre 2009: il nuovo ministro della Giustizia giapponese, Keiko Chiba, chiede un ampio dibattito pubblico sull’eventualità di abolire nel Paese la pena di morte. “La pena capitale mette in gioco la vita della persona, quindi gestirò ogni caso con cautela, rispettando i doveri del Ministro della Giustizia”, ha detto Chiba, ex avvocato di 61 anni, nella conferenza stampa che ha seguito la prima riunione del Gabinetto del nuovo primo ministro Yukio Hatoyama. Le discussioni in corso – ha aggiunto Chiba – includono la possibilità di sostituire la pena capitale con la condanna all’ergastolo senza possibilità di liberazione anticipata. La pena di morte è prevista in Giappone dalla Legge di Procedura Penale e dal Codice Penale per 13 reati ma, in pratica, viene applicata solo per l'omicidio. Nel 2006 sono state giustiziate 4 persone e nel 2007 nove. Le esecuzioni praticate nel 2008 sono state almeno 15. (Fonti: Japan Times, 18/09/09)
Uganda: destino incerto per prigionieri nel braccio della morte 16 settembre 2009: nel carcere ugandese di Luzira sono rinchiuse 17 persone condannate a morte per reati commessi quando avevano meno di 18 anni, rende noto un Rapporto presentato a Kampala dalla Fondazione per l’Iniziativa sui Diritti Umani. In base alla legge, i minori di 18 anni non possono essere giustiziati, tuttavia alcuni di questi 17 prigionieri sono oggi adulti, trovandosi in prigione da 12 anni. La loro sorte può ora essere decisa solo dal Ministro della Giustizia. Nel caso di questi prigionieri non è però ancora chiaro se il Ministro ordinerà la loro esecuzione, considerando che alcuni di loro sono oggi adulti, o se li farà rilasciare. Frank Baine Mayanja, portavoce dell’amministrazione penitenziaria, fa sapere che l’istituzione cui appartiene non ha il potere di decidere la sorte di questi prigionieri. “Alcuni di loro sono diventati adulti. Il Ministro ci ordinerà di impiccarli considerato che oggi sono adulti? Farà scontare loro l’ergastolo? Li libererà?”, si chiede Baine. “Stiamo aspettando, sinceramente da molto tempo”. In base al Rapporto il Ministro avrebbe dichiarato di essere al lavoro con la magistratura per risolvere la questione in tempi rapidi. Il Rapporto fa risalire i casi in questione al 1997, rendendo difficile risalire ai giudici che hanno emesso le condanne a morte. In ogni caso, aggiunge, i giudici potrebbero non ricordare i dettagli di ciascun caso. Il Rapporto chiede al Ministro di agire in modo tale da risparmiare ai prigionieri l’angoscia dell’attesa. Livingstone Ssewanya, direttore esecutivo della Fondazione, ha evidenziato che la Legge sui Minori prevede che dei minorenni condannati a morte debbano occuparsi la famiglia ed il tribunale dei minori. Ssewanya ha anche espresso rammarico circa il ritardo della decisione del Ministro, che ha privato i prigionieri di misure correttive. (Fonti: AllAfrica.com, 17/09/2009)
Cina: quattro giustiziati per droga 15 settembre 2009: quattro uomini sono stati recentemente giustiziati in Cina per aver prodotto e trafficato droghe, rende noto la Corte Suprema del Popolo. Il primo, identificato come Liu Zhaohua, è stato messo a morte nella provincia meridionale di Guangdong per aver prodotto 12.660 kg di metanfetamina, una droga nota come “ice”, e 15 kg di anfetamine, dal 1995 al 1999. Il secondo dei giustiziati, Liang Ruinan, era stato riconosciuto colpevole del traffico – avvenuto a Pechino il 2 aprile 2006 - di 42,58 g di metanfetamine e 9,45 g di pasticche contenenti metanfetamina e caffeina. Infine, Zhang Jianxun e He Qibin sono stati giustiziati nella provincia sud-occidentale di Sichuan per aver prodotto 68,81 kg di ketamina in polvere e 9,7 l di un composto liquido alla ketamina. La Corte Suprema del Popolo non ha precisato la data esatta ed i luoghi in cui le esecuzioni sono avvenute. (Fonti: Chinaview.cn, 15/09/2009)
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