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Dalla parte sbagliata delle sbarre

sceneggiatura di Marco Savini

 

Soggetto

Lo spettacolo si apre con un regista e alcuni attori che discutono se rappresentare una pièces sul carcere. Dopo la scena iniziale si ritirano il regista e gli altri attori e si vedono solo tre concellini, uno di loro è straniero, senza soldi e senza più contatti con la famiglia. Invece viene chiamato proprio lui al colloquio, gli altri due no. Al ritorno divide il pacco che gli hanno consegnato.

Si è in attesa della annuale partita guardie-detenuti. L’anno precedente l’intervento nel 2° tempo di un agente ex-calciatore ha ribaltato il risultato e fatto vincere le guardie. Arriva in cella un rumeno calciatore, all’allenamento risulta bravissimo, ma le guardie comunicano che potranno giocare solo gli italiani. Arriva anche un altro detenuto, uno zingaro di nazionalità italiana, viene emarginato. Durante la partita si infortuna il portiere titolare e viene inserito lo zingaro che neppure si era messo in maglietta e calzoncini e va in porta a piedi nudi. La squadra dei detenuti è chiaramente in difficoltà, si barrica in difesa, subisce un rigore dubbio, ma lo zingaro lo para e la partita finisce in parità. Scena di congedo: gli attori si chiedono come rappresentare la partita in teatro: con un video o raccontandola?

Il regista, abbastanza, soddisfatto, sospende le prove rimandandole alla settimana dopo. Ognuno raccoglie la sua roba ed esce dal teatro, chiedendosi: cosa dirà il pubblico di una storia così?

Obiettivo

I detenuti fingono di essere attori che li impersonano, ma loro stessi impersonano tutti noi, quando dobbiamo affrontare momenti di crisi nella nostra vita. Il carcere come metafora delle difficoltà della vita: razzismo, rapporti con i genitori, con l’altro sesso, con l’autorità, con la prepotenza, con l’ingiustizia. La necessità di convivere tra diversi.

7 Attori: Franco (lombardo), Alfio (siciliano), Mustafà (tunisino), Roman (rumeno), Manush (zingaro). Guardia Uno e Guardia Bonimba (ex-calciatore)

Tra i titoli di testa:

Non penso mai al futuro

A. Einstein

Arriva sempre in ritardo

Copione

Scena iniziale

(Su di un palco un regista e alcuni aspiranti attori)

Regista (R). Allora ho pensato a una scenografia essenziale, o meglio aperta: qui un telo con disegnata una grata, qui i lettini, un tavolo, e abbiamo creato una cella. Di là le panche e un tavolino che rappresentano la sala colloqui.

Alfio. E dove vanno all’ora d’aria?

R. Ah già... ci penseremo.

Franco. Mi scusi...

R. Diamoci del tu, visto che dovremo lavorare assieme per un po’.

Franco. Scusa, ma dobbiamo proprio mettere in scena dei detenuti? Per me è comoda la loro vita: vanno e vengono, hanno la televisione in cella, e noi li manteniamo...

R. Guarda che a fine pena, devono pagare il periodo di detenzione, forse non lo sai. Comunque se ti fa schifo impersonare un detenuto puoi ritirarti.

Franco. No io no, lo dicevo per il pubblico, cosa vuoi che gli interessi?

R. Al pubblico è sempre piaciuta la figura del carcerato che, per quanto colpevole, diventa un soggetto positivo. Il cinema è pieno di film ambientati in carcere e con protagonisti detenuti. Vuoi che te ne ricordi solo qualcuno dei più recenti? Fuga da Alcatraz o Le ali della libertà, li avrai visti...

Mustafà. Io sono d’accordo, però penso che anche lui ha ragione, perché c’è già poco da stare allegri di questi tempi e noi propiniamo al pubblico una storia di sofferenza, mancanza di libertà... non c’è qualcosa di meno triste?

Roman. Se posso voglio intervenire anch’io. Io li ho visti i due film che ha detto il regista e altri sul carcere, adesso non mi ricordo più i titoli. Bene, a me erano proprio piaciuti: mi sembra che il carcere rappresenti la vita e i carcerati noi, quando abbiamo problemi o subiamo un’ingiustizia, ecco perché forse ci impersoniamo subito in loro.

Franco. Tu non hai capito proprio un bel niente di quello che ho detto io. Se ti fanno tenerezza i detenuti cavoli tuoi, per me sono tutti delinquenti e una volta dentro butterei via la chiave. Io dicevo se non si può fare qualcosa di più allegro.

R. E allora scrivetelo voi un nuovo copione. Noi per ora abbiamo solo questo. Comunque voglio farvi notare due cose, poi fate come volete: 1) Voi siete una compagnia di soli uomini, e mi sapete dire dove trovate una situazione nella società dove i sessi sono così separati, dove non c’è neanche una donna? Anche a militare c’è la libera uscita, si va in licenza... 2) Il copione è un testo leggero, tipo Belli dentro, non so se l’avete mai visto, è una cosa divertente, un programma d’evasione.

Guardia. Evasione... mi sembra giusto per un teatro sul carcere.

R. No volevo dire... avete capito... A proposito non mi ricordo come vi chiamate come compagnia teatrale.

Mustafà. (possibilmente nero o chiaramente straniero) I brüt ma bon (I brutti ma buoni) e fino adesso abbiamo fatto solo teatro dialettale.

R. Mi alla capis no ‘l dialat.

Alfio. Cosaaa?

R. Ho detto che non lo capisco il dialetto. Io non ci capirei niente se vedessi uno spettacolo dialettale. Piuttosto qualcuno vuol fare la parte dello straniero che non sa parlare bene l’italiano.

Roman. Ma per noi è difficile, non siamo capaci di parlare male l’italiano, non ci viene.

R. Bé fa lo stesso, fingiamo che lo straniero sia da tanti anni in Italia e parli bene l’italiano. E allora chi vuol fare i secondini?

Alfio. Guardi... guarda che non li devi chiamare così, se non si offendono. Sono la polizia carceraria adesso.

R. E tu come fai a saperlo?

Alfio. È una storia lunga.

R. Allora cominciamo. Tu, tu e tu siete in cella e aspettate che vi chiamino al colloquio, anzi solo voi due, perché lui è straniero e i suoi vecchi genitori sono in Tunisia e non sanno neppure che lui è in prigione. Allora su sistematevi.

(seconda scena, in cella)

Franco. Oggi tocca a me, io sono già pronto.

Alfio. Ho visto che ti sei messo tutto in ghingheri e profumi come una signora di quelle. Devi andare in discoteca?

Franco. Scemo, arrivano i miei, con la mia morosa. Oggi sono sicuro che vengono al colloquio. Me l’hanno anche scritto, passano a prenderla così la conoscono, la mia Jennifer.

Alfio. Jennifer? Ma è straniera?

Franco. No è nata a Ostuni, ma adesso abita a Gallarate. E vedo che pure tu ti sei fatto bello, arriva la tua ragazza?

Alfio. Vuoi dire i miei ragazzi. Guarda che io sono sposato da 10 anni e oggi, me l’ha scritto mia moglie, mi porta mio figlio più grande. Sarebbe la prima volta. Lei non voleva, ma io ho insistito. Avrò diritto di vedere mio figlio, chissà come si è fatto alto, sono 3 anni che non lo vedo.

Franco. E quanti anni ha?

Alfio. Dodici, perché?

Franco. Ma non hai detto che sei sposato da 10 anni?

Alfio. Guardalo qui il moralista, proprio tu, che sei dentro per non so quanti anni, fai la persona per bene, ma fammi il piacere...

Mustafà. Nel mio paese è uno scandalo sposarsi con già un figlio.

Franco. Taci Marocco, qui non siamo mica arretrati come voi, qui siamo liberi...

Mustafà. Proprio liberi, non mi sembra. E poi io sono tunisino.

Franco. E la liberazione della donna dove la metti? Voi ce l’avete la liberazione della donna?

Mustafà. Dove qui a fianco, al reparto femminile?

Franco. Non fare lo spiritoso, guarda che ti faccio un faccione più nero di quello che hai già di tuo. Piuttosto quando mi restituisci le sigarette? Visto che fai tanto lo spiritoso, d’ora in poi non te le mantengo più, scroccone te e tutti i tuoi compaesani.

Alfio (a Franco) Lascialo perdere Franco. Non vuoi mica beccarti un rapporto e poi il colloquio chi lo fa? Va lui?

Franco. Sì hai ragione. (al Mustafà) Piuttosto preparami un caffé che devo essere pimpante con la mia donna.

Mustafà. È già pronto, adesso te lo servo. (ad Alfio) Lo vuoi anche tu?

Alfio. No io sono già troppo nervoso, per via di mio figlio.

(arriva la guardia)

Guardia1 (G1). Colloquio... Si prepari Mustafà.

Franco. Ma scusi appuntato, e io? Guardi bene non c’è Brambilla Franco? Doveva arrivare la mia fidanzata.

Alfio. E pure io, Turiddu Alfio, deve venire mio figlio.

Mustafà. Sì, ci dev’essere un errore, io non ho nessuno in Italia, i miei sono vecchi e in Tunisia.

G1. Se vuoi mandare a parlare uno di loro due, fai pure, ma vogliono proprio te, sono sicuro ci sono di là due vecchi con il camice.

Alfio. Con il camice, sono mica gli psichiatri? Guarda che è un trucco, vogliono portarti via, stai attento come parli.

G1. Ma no, sta tranquillo, ho detto camici, perché non so come si chiamano le vostre... tuniche, il vestito tradizionale.

Mustafà. Il caftano, ma come avranno fatto? E poi lo sapeva solo mio papà che ero in carcere. Chissà la mamma (esce).

Franco. Ah... buon colloquio!

(dissolvenza in nero)

(terza scena: torna in cella il tunisino)

Alfio. E allora?

Mustafà. È stato bello... e allo stesso tempo doloroso. Chissà cosa ha pensato mia mamma a vedermi qua dentro? Ma non mi ha detto niente, mi ha sgridato solo perché si è accorta che ho cominciato a fumare. Pensate lei non era mai uscita dal suo villaggio e adesso venire fin qui, in un paese straniero, in un carcere, alla sua età...

Franco. Non è mai troppo tardi per vedere il mondo...

Mustafà. Bel mondo questo!

Alfio. Un mondo fuori dal mondo. I miei vecchi invece sono abituati a venirmi a trovare in carcere. Sapete quante volte sono entrato e uscito?

Franco. Ma... tre volte.

Alfio. No cinque. Ma questa è l’ultima, lo giuro, ho messo la testa a posto, cambio vita... anche per i miei figli.

Franco. E tua moglie, sarà ancora giovane...

Alfio. Cosa vuoi dire? Guarda che mia moglie è Santa di nome e di fatto.

Franco. Sarà pure santa, non lo metto in dubbio, ma sta invecchiando.

Mustafà. A me piacerebbe sposare un italiana, così prendo la cittadinanza e mi fermo qui.

Franco. Calma Africa. Chi vuoi che ti prenda... uno come te.

Alfio. No, perché dici così? Non è un brutto giovane, magari piace...

Franco. Stai andando anche tu verso l’altra sponda Alfio?

Mustafà. Quale altra sponda?

Franco. Quella del Mediterraneo, Marocco!

Mustafà. Ti ripeto che sono tunisino, anzi voglio farti assaggiare i pasticcini tipici della Tunisia. Sono dolcissimi: hanno dentro il miele, mandorle tritate, i semi di sesamo (offre i dolci).

Franco. Buonissimi. Ma siete degli artisti in... Maro... Tunisia.

Mustafà. Grazie, grazie mille.

Franco. No grazie a te, i tuoi debiti sono condonati. Ma non alzare troppo la cresta. La pasticceria è una cosa...

Alfio. E l’argenteria un’altra (fa il segno di sgraffignare)

Franco. Taci tu Sicilia. Ecco dove avete imparato a fare i dolci voi, che vi vantate tanto. Li avete copiati dagli arabi.

Alfio. No Milàn. Guarda che glieli abbiamo imparati noi a loro.

Franco. Sì imparati...

Mustafà. E noi vi abbiamo imparati anche i numeri.

Franco. Uè, Africa, calma... ti avevo appena detto di non alzare la cresta. Guarda che qui sono io il mago dei numeri.

Alfio. Sì vediamo che sei sempre lì a fare i conti e poi li scrivi sul calendario. Ma che numeri sono, del lotto?

Franco. Quelli dopo, prima ci sono le date. Adesso te le leggo: 23 mesi alla libertà, sempre che non ci sia l’amnistia, 4 settimane all’appello, e magari mi liberano subito, 3 giorni al colloquio con l’avvocato... (guarda l’ora)

Alfio. E quanti minuti al colloquio con la fidanzata?

Franco. Non fare lo spiritoso. Perché tuo figlio è venuto? No, e allora stai zitto.

(entra la guardia)

G1. Ragazzi. Oggi all’una avete il campo di calcio (o palestra per il calcetto). Vi ricordate?

Franco. Ma se aspettiamo solo quello.

G1. Allora fatevi trovare pronti, non come l’ultima volta che c’era quello che non trovava le scarpette, quell’altro la maglietta. Chi c’è c’è, chi non è pronto lo lascio in sezione, chiaro?

Mustafà. (a Franco) Tra quante settimane la partita contro le guardie?

Franco. Ma una, asino, non lo sai? È già la prossima. Questa volta li stracciamo.

G1. Sì come l’ultima!

Franco. Guardi, agente, che stavamo vincendo: il 1° tempo era finito 2 a 1 per noi. Poi avete messo in squadra Bonimba, che ha giocato in serie B...

G1. E via ha rifilato tre belle pere! Eccolo qui che arriva.

Franco. Appuntato, gioca anche questa volta o no?

Guardia Bonimba. Sicuro, perché non dovrei? Ho messo su qualche chilo, non ho più tanto fiato, ma mi sto allenando, magari entro nel secondo tempo.

G1. Così loro vanno a raccogliere le pere...

Franco. Vedremo, adesso siamo più forti dell’anno scorso. Io ho anche smesso di fumare, sono esattamente 47 giorni e resisto anche se ho una stecca intera, ne ho fumato solo un pacchetto e mezzo, ho ancora lì 345 sigarette... se non ci fosse il Mustafà che me le scrocca ne avrei ancora di più. Vedrete che fiato!

Guardia Bonimba. Vedremo... e vinca il migliore.

(quarta scena: arriva un nuovo detenuto, molto distinto, portano lettino e armadietto)

Mustafà. Ciao, come ti chiami, mettiti comodo, siediti qui, lo vuoi un caffè?

Roman. Grazie, ma preferisco essere lasciato solo.

Franco. Proprio nel posto giusto sei capitato. Agente ma queste celle non sono da tre? Ci manca l’aria.

Guardia1. Per l’aria potevi farti la scorta stamattina quando ci sei andato. Poi le celle sono sì da tre, ma possono diventare da quattro in caso di emergenza. Stanno svuotando San Vittore.

Alfio. E noi per via di ‘sto santo milanese dobbiamo essere penalizzati? Io chiamo santa Rosalia e poi ve la vedete voi?

Guardia1. Che paura! E forse non è finita (si volta) ecco infatti. Ecco a voi uno zingaro fresco fresco di giornata. È stato arrestato ieri sera.

Franco. No lo zingaro no, non lo vogliamo è sporco e poi se ruba?

Guardia1. E cosa vuoi che ti rubi? Per l’igiene guardati te. Da quando non ti fai la doccia?

Franco. Cosa le interessa a lei? Oggi dopo la partita la faccio. Mi devo lavare per sporcarmi subito dopo? Lei la lava la macchina quando sta per piovere?

Manush. Ciao a tutti, spero di stare bene con voi...

Alfio. Staremo un po’ più stretti, comunque... qui si sa lo spazio è poco, è il tempo che non manca.

Franco. Patti chiari e amicizia lunga. Qui ci si lava se no...

Manush. Guarda che ho appena fatto la doccia e io sono uno pulito.

Alfio. Pulito? Ma fammi il piacere! E allora perché ti hanno messo dentro?

Manush. No io dicevo pulito fuori...

Alfio. Puliti fuori e belli dentro... nel senso del carcere, non so se hai capito, se capisci la nostra lingua?

Manush. Guarda che io sono italiano.

Franco. Credevo che venivi da lì da quei paesi lì dell’est-Yugoslavia

Alfio. Ex-Yugoslavia!

Franco. Perché io cosa ho detto?

Alfio. Hai detto Est... Yugoslavia.

Franco. E non è lo stesso: non sono paesi dell’est? E allora?

Mustafà. Vuoi un caffé, mettiti comodo, (al Rumeno) Vuoi che ti sistemi la roba? Vuoi una sigaretta?

Roman. No, non fumo più da quando ho cominciato il campionato.

Franco. Ue, uè, eine moment, quale campionato? Di calcio?

Roman. Sì giocavo in serie C, eravamo primi in classifica, adesso chissà senza di me. Pensa ero il capocannoniere.

Franco. Ma non preoccuparti. Non tutto il male viene per nuocere.

Roman. Perché? Cosa c’è di bello qui? Se lo viene a sapere la mia fidanzata mi lascia di sicuro. E mia mamma.... mia mamma le viene un infarto.

Alfio. Non drammatizziamo. Proprio oggi, se lo vuoi sapere, è venuta la mamma di Mustafà fin dalla Tunisia, che non lo sapeva neanche che era in galera, e lui (indica Franco), è venuta... a trovarlo la sua fidanzata Jennifer (Franco fa segnacci, ma Alfio lo calma) e gli ha detto che lo sposa appena esce di qui.

Franco. Sì ha ragione lui, lascialo dire a me che sono un matematico: il carcere è una parentesi...

Alfio. Quadra!

Franco. Cosa? Dicevo solo una parentesi, la vita c’era prima e ci sarà anche dopo. E poi qui non è che si sta proprio male. È vero?

Alfio. No, stiamo belli comodi e rilassati.

Franco. Non scherzare, non vedi che è depresso.

Alfio. Ma poi ti passa, te lo dice uno che ha esperienza.

Franco. Cinque parentesi... E poi ci sono tanti svaghi. Oggi per esempio c’è la partita di calcio (calcetto). Vuoi venire?

Roman. No, oggi no, non me la sento. Poi non ho neanche le scarpe da calcio.

Franco. Se è per quello, te le do io, bastano le tennis (tanto giochiamo a calcetto in palestra).

Roman. No oggi no, magari tra qualche settimana.

Franco. E no, non si può!

Roman. Perché no?

Franco. Chiudono il campo (fa segno agli altri di stare zitti) e poi chi non scende viene punito.

Roman. Ma è obbligatorio? Mi avevate appena detto che qui non si stava male e adesso scopro che è obbligatorio anche uscire a giocare. Io non voglio muovermi di qui, devo pensare, devo meditare.

Franco. Così ti prendi l’esaurimento. Poi, te lo devo proprio dire, la prossima settimana c’è la partita tra la rappresentanza dei detenuti e quella degli agenti, capisci?

Roman. Ma io sono straniero non so se posso giocare nella nazionale dei detenuti.

Alfio. Oh nazionale, non esageriamo.

Franco. Sei straniero? Un bel ragazzone distinto come te, possibile che sei straniero?

Roman. Sì sono rumeno.

Alfio. Rumeno o romano fa la stessa cosa.

Franco. Io sono proprio romano de Roma, siamo quasi paesani.

Manush. E io che sono italiano?

Franco. Sai giocare a calcio, ma bene?

Manush. No poco poco.

Franco. Allora niente, tu resti straniero, sei nomade, senza patria.

Manush. Ma io so suonare: la fisarmonica e la chitarra. La chitarra l’ho portata con me. Magari me la danno.

Franco. Così ci fai diventare sordi con le tue balalaike, o ciciornie.

Manush. Ma io suonavo per Renato Zero.

Franco. Lo zero è il numero che mi piace di più.

Mustafà. Perché?

Franco. Stupido, prova a metterlo davanti agli anni, i mesi, i giorni che ti mancano!

Roman. Ma io sono in attesa di giudizio. Non vorrei delle grane. Io sono innocente.

Alfio. Allora è un segno del destino!

Roman. Perché?

Alfio. In questa cella siamo tutti innocenti, tranne forse lui (si riferisce allo zingaro)

Manush. No, sono anch’io innocente.

Alfio. Vedi è una cella speciale. Una suite riservata. Innocents only!

Quinta scena

Pomeriggio (i detenuti si preparano per la partita)

Manush. Mi piacerebbe venire, ma avete delle scarpe anche per me?

Franco. Ma se hai detto che non sai giocare...

Manush. No io ho detto poco poco. Gioco sempre con i miei figli.

Franco. Ma quanti figli hai?

Manush. Cinque perché?

Franco. Voi zingari siete incorreggibili. Fate troppi figli. Fossero almeno bambini come gli altri, cioè tranquilli e puliti, con una conoscenza perfetta dell’italiano. E perché le vostre donne non fanno uso degli anticoncezionali?

Alfio. Adesso... più anticoncezionale del carcere...

Franco. Bisognerebbe chiedervelo quando entrate in Italia.

Manush. Ma io sono nato qui e anche i miei.

Franco. Ma io non lo dico solo a te, ma a tutti gli stranieri. Fate un sacco di figli e poi vi lamentate di essere poveri. Almeno prima c’erano solo gli uomini, e pochi, quasi non si vedevano. No, abbiamo dovuto dargli anche il ricongiungimento familiare. Così hanno le donne e continuano a fare all’amore. Ma tornate al vostro paese voi e le vostre famiglie.

Roman. Hai mai pensato cosa accadrebbe se da un giorno all’altro tutti gli immigrati decidessero di rimpatriare?

Franco. Qui staremmo di sicuro un po’ più larghi, non so in Italia.

Roman. Te lo dico io: sai quante fabbriche e quanti cantieri si fermerebbero, e quanti anziani resterebbero senza badante? Sareste più poveri anche voi.

Alfio. E anche le squadre di calcio ci perderebbero.

Franco. Ma gli stranieri nello sport ci sono sempre stati e non hanno mai dato problema.

Manush. Ibrahimovic e Pirlo sì e io no, anche se siamo dello stesso popolo zingaro, ma loro sanno giocare a calcio e io solo suonare la musica?

Franco. Ibra non può essere zingaro, cosa ti inventi?

Alfio. No in questo ha ragione, sono zingari anche loro.

Franco. Dall’aspetto non sembrano.

Manush. Allora posso venire anch’io?

Alfio. Guarda che non è mica vietato, se vuoi vieni. Vorrà dire che se sei senza scarpe ti metti a piedi nudi in porta, siamo giusto senza il secondo portiere, che ne dici Franco?

Franco. Ma sì fate pure quello che volete, tanto è solo un allenamento.

(dissolvenza in nero)

Sesta scena

(al rientro dalla partita)

Franco. (al Rumeno) Ma sai che sei veramente bravo. Io non è che ci credevo proprio, ma si vede che giochi in campionato. (a Alfio) Stavolta li stendiamo, speriamo che non se ne siano accorte le guardie.

Roman. E sì che se ne sono accorte, mi hanno subito chiesto dove giocavo e hanno voluto sapere di che nazionalità sono.

Mustafà. Ma non dovevi dirglielo.

Franco. Figurati, loro vanno alla matricola...

Alfio. E hai visto anche lo zingarello, sembrava uno scoiattolo.

Franco. Si ma ha preso tre belle pere dal roman... rumeno.

Alfio. Per forza, era nella squadra più debole, però non lo credevo, ma sei mica un acrobata?

Manush. Sì da giovane ho lavorato un circo, ma a calcio ho cominciato a giocare sono quando sono nati i miei figli.

Franco. Va bene, se fai il bravo ti facciamo fare la riserva, il secondo portiere. Uè, ma non montarti la testa anche te, neh!

(entra la Guardia Bonimba a passare il ferro sulle sbarre)

Franco. Appuntato, siete pronti alla rivincita?

Guardia Bonimba. Sì hai detto bene: a rivincere!

Franco. Piano... questa volta andrei più piano se fossi in lei, appuntato, mai sottovalutare l’avversario.

Guardia Bonimba. Giusto, bisogna valutarlo bene e prendere le misure giuste...

(entra l’altra Guardia)

Guardia1. Mi spiace ma devo informarvi di una cosa che non vi farà piacere.

Alfio. Cosa appuntato?

G1. Vi leggo il comunicato della direzione: “Ai detenuti delle sezioni comuni. Vista la delicatezza della partita programmata tra le rappresentative dei detenuti stessi e della polizia penitenziaria, si prescrive che possano intervenire alla partita stessa solo i giocatori e le riserve, da reclutarsi esclusivamente tra i detenuti di nazionalità italiana. Firmato il direttore”.

Franco. Ma come, cosa c’entra la sicurezza? Gli stranieri sono persone uguali a noi, hanno gli stessi diritti. Io lo so perché non li volete far giocare, perché avete paura di perdere.

Guardia Bonimba. Guarda che le prendevate lo stesso anche con gli stranieri.

Alfio. E perché lo dite solo adesso, dopo che avete visto giocare il rumeno?

Guardia Bonimba. Non avete sentito? È il direttore. E poi cosa volete, anche noi siamo tutti italiani. Avete paura a giocare solo tra italiani?

Franco. No, vi stracciamo lo stesso, e però lasciatevelo dire: quando vi fa comodo parlate di andar d’accordo con gli stranieri, ce li mettete in cella che noi abbiamo le nostre abitudini, loro magari devono fare il Ramadan e tante balle e quando non vi fa più comodo tornate a... al sano e vecchio razzismo.

Mustafà. Non sono mai stato così d’accordo con te!

Settima (Esterno giorno o interno in palestra)

Giorno della partita: si infortuna il portiere titolare (o fa un fallo su un attaccante e viene espulso con la punizione del rigore) e viene inserito lo zingaro che neppure si era messo in maglietta e calzoncini. E para di tutto.

La squadra dei detenuti è chiaramente in difficoltà, si barrica in difesa, subisce un rigore dubbio, ma lo zingaro lo para e la partita finisce in parità.

I detenuti esultano ma...

Franco. Ha visto appuntato, anche se avete imbrogliato le carte non ce l’avete fatta.

Guardia Bonimba. Comunque si è confermata la regola...

Alfio. Quale regola, appuntà?

Guardia Bonimba. I detenuti non vincono mai.

Alfio. Ma noi non saremo mica sempre detenuti! Il carcere, come certi periodi brutti della vita di ognuno...

Franco. È solo una parentesi... Prima o poi vinceremo anche noi.

Guardia Bonimba. Certo che se non era per lo zingaro...

Franco. Mi meraviglio di lei, appuntato, sono italiani come noi. Lei che squadra tiene?

Guardia Bonimba. L’Inter perché?

Franco. Perché Ibrahimovic è uno zingaro! Fareste a meno di Ibra? Allora nello sport professionista vanno bene e qui no? (uscendo allo zingaro) Oh, ma tu zigano, non alzare troppo la cresta, di voi non c’è mica di fidarsi troppo! Vediamo alla prossima partita se sei veramente in gamba o no...

Manush. Ma perché?

Alfio. Il PM qui (rivolto a Franco) non è convinto... è ricorso in appello...

Manush. Il rispetto è come la coda della giostra, credi di averla in mano e invece ti sfugge via e devi aspettare un altro giro...

Nona scena (Finale)

(raccogliendo tutta la loro roba e uscendo dal teatro)

Franco. No non si può fare! Scusa regista, ma come facciamo a rappresentare la partita? Mica possiamo giocarla qui sul palco.

R. Bé, ammetto che non è facile.

Alfio. Potremmo proiettare una partita girata fuori lì sullo sfondo che tanto è chiaro.

Mustafà. O potremmo farla raccontare da qualcuno che ha giocato a qualcuno che è rimasto in cella.

R. Una soluzione la troveremo, ma adesso andiamo che si è fatto tardi..

Mustafà. Chissà se alla gente piacerà una storia come questa?

Franco. Tanto più che ci sono dei detenuti.

Alfio. Ma non è per i detenuti, è che non so se la storia regge.

Roman. Dipenderà anche da come sapremo recitare.

R. Ragazzi a me sembrate perfetti nel ruolo, secondo me vi scambieranno per veri detenuti.

Franco. Basta che sia solo per questa volta. La prossima recita voglio fare il playboy.

Alfio. No, io il professore.

Mustafà. Io il deputato.

Roman. Ma va là, io il miliardario. E tu, zingaro?

Manush. Io mi accontenterei di essere una persona rispettata!

Tra i titoli di coda: Il carcere reale si capisce solo dalla parte sbagliata delle sbarre

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